mercoledì 28 ottobre 2015

1 Novembre 2015 – Tutti i Santi

“Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli” (Mt 5,1-12).

Gesù non allontana le folle; Egli le ama, le attira sul “monte” perché possano ascoltare (tranquillamente seduti) il suo messaggio. Il monte indica la condizione divina. Non è più come nell’Antico Testamento, dove c’era timore, paura di avvicinarsi a Dio. Adesso avvicinarsi a Lui è motivo di vita.
Inoltre, per gli antichi, i monti erano la dimora degli dei (pensiamo all’Olimpo): Gesù sale e si siede; in greco “kathisantos”: più che sedersi, Gesù si “installa”, si “mette nel posto” riservato agli dei. Gesù, che è il figlio di Dio, si siede sul “trono di Dio” (monte). Questo è il suo posto, è l’ambone che gli spetta di diritto come maestro, la cattedra da cui può tenere la sua lezione.
“Gli si avvicinarono i suoi discepoli”: dopo che li aveva “attirati”, perché è Gesù che li attira, al pari della folla. Dio non è più un Dio da temere ma un Dio che attira, che attrae. Non è più un Dio da cui star lontani ma un Dio da incontrare, da avvicinare. Non un Dio che ci può punire (per cui più lontano stiamo meglio è) ma un Dio che vuole amarci. Un Dio che non vuole qualcosa da noi ma un Dio che è lì per dare Lui qualcosa a noi. Il Dio di Gesù non incute paura: se pensiamo che Dio incuta paura allora non stiamo seguendo quello del Vangelo.
Matteo dice che i discepoli gli si avvicinano: ma Dio, con Gesù, ci è sempre vicino, è costantemente a portata di mano.
Prima di Gesù (e spesso anche oggi!) non era così. Nella religione ebraica per poter incontrare Jahweh nel suo Tempio, gli uomini potevano arrivare soltanto fino a un certo punto: soltanto il sommo sacerdote poteva entrare, una volta all’anno, nella sancta sanctorum,  quella stanza in cui si riteneva che ci fosse la presenza di Dio. Quindi tra Dio e il popolo c’era un abisso. Ma ora con Gesù, tutti possono avvicinarsi a Dio. Tutti lo possono incontrare, perché Dio non mette più barriere (meriti; purità; peccato; sacralità, ecc.).
“Prendendo allora la parola li ammaestrava dicendo” (Mt 5,2).
A questo punto Gesù proclama le otto beatitudini: perché otto? Perché nella simbologia del cristianesimo primitivo indicava la resurrezione (“l’ottavo giorno”). Gesù infatti è resuscitato il primo giorno dopo la settimana (quindi 7-settimana + 1-il giorno dopo la settimana=8).
Con il numero di otto “beatitudini” Matteo ci fa capire che chi vive così vivrà per sempre, vivrà cioè una vita che non sarà interrotta dalla morte. Mentre l’osservanza dei comandamenti di Mosè assicurava lunga vita in questa terra (ma poi anche i giusti morivano e come tutti finivano nello Sheol) la pratica delle beatitudini assicura una vita che supera la morte. Sia la morte fisica: chi vive così, come Gesù, avrà la stessa fine di Gesù (morte e resurrezione). Sia la morte morale: chi vive così piangendo, commuovendosi, provando felicità, lottando, appassionandosi ad una causa, amando intensamente, è così vivo dentro di sé da non temere neppure la morte.
Le Beatitudini, nel testo greco, sono esattamente 72 parole, lo stesso numero dei popoli pagani cui si riferisce il libro della Genesi: per cui mentre i comandamenti erano per il solo popolo di Israele, le beatitudini sono destinate a tutte le popolazioni della terra, a tutta l’umanità.
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3).
La prima beatitudine, non è solo la prima, ma è la condizione di tutte le altre.
Beati (“ascer”, in ebraico), indica la felicità Divina, una felicità impossibile da raggiungere sulla terra. Ebbene questa felicità, dice Gesù, è qualcosa che possiamo vivere già da ora, sulla terra. Noi cioè possiamo fin d’ora essere terribilmente felici, pieni, gioiosi, in pace, riconciliati.
I primi ad essere definiti beati da Gesù sono proprio i poveri in spirito; cioè quelle persone che liberamente, per amore, entrano in una mentalità di povertà: non per aggiungersi ai tanti poveri che già ci sono e che la società ha creato, ma per eliminarne le cause, per far capire che i beni. Le ricchezze nella vita non sono tutto. Gesù non chiede a noi di spogliarci, ma di vestire gli altri. Egli chiede cioè di abbassare il nostro livello di vita per permettere a quelli che ce l’hanno troppo basso di innalzarlo un po’. Non si tratta di fare elemosina (rimangono sempre un ricco in alto che da, e un povero in basso che riceve) ma di diventare fratelli. Perché l’altro, mio fratello, ha gli stessi miei diritti.
“Di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Gesù usa un verbo al presente: “Felici quelli che liberamente, volontariamente, per amore, sono disposti a condividere: di essi è il regno dei cieli”. Gesù non dice “sarà” ma “è”: il regno dei cieli, il regno di Dio, è già a loro disposizione.
Oggi è la festa di tutti i Santi del Cielo: ma è la festa anche di coloro che sono “beati” già fin d’ora su questa terra, perché vivono la loro vita donando se stessi; è la festa di quelli che, sull’esempio di Gesù, vivono per amare, per far del bene al prossimo, per confortarlo nelle difficoltà, per guarirlo nelle ferite dell’anima, per sostenerlo nelle contrarietà della vita.
Perché amare è come creare: è dare agli altri un qualcosa di noi stessi; un qualcosa che li faccia sentire accolti, apprezzati, valorizzati, compresi, supportati; un qualcosa che li faccia “rinascere”, un qualcosa per cui anch'essi possano riconoscere nel loro cuore quanto è grande l’amore di Dio per ognuno di noi. È così che si diventa santi; è così che anche noi possiamo diventarlo, è così che ci sentiremo completamente realizzati, fecondi, umili ma instancabili dispensatori dell’amore di Dio; è così che raggiungeremo infine, già su questa terra, quella gioia vera, quella gioia divina, promessa da Dio a quanti mettono in pratica i suoi consigli.

È esattamente questo che ci dice il Vangelo delle beatitudini: “La vera gioia sta nel dare, meglio ancora, nel darsi; nel creare, con la nostra abnegazione, motivi di vita, di gioia, di riconoscenza a Dio, a chi è nello sconforto, nella solitudine, a chi è bisognoso di aiuto materiale e spirituale. Donarsi vuol dire essere utili, vuol dire riconoscere alla nostra vita il suo significato più profondo; vuol dire che quel poco che facciamo, è pur sempre un bene per il mondo; vuol dire che siamo importanti non per la fama, per la cultura, per i nostri averi, ma per il nostro amore, per la nostra umile e sincera dedizione.
Le beatitudini infatti sono una proposta di felicità: “Vuoi essere felice? Vivi così”. Mentre per il mondo felicità è avere cose, titoli, possedimenti, fama, gloria, per Gesù felicità è essere, è vivere, è intrattenere con gli altri autentiche relazioni. Per il mondo felicità è possedere; per Gesù felicità è essere liberi. Per il mondo la felicità è fuori di noi: “Se avrò quella cosa; se avrò quella persona; quando sarò così, ecc.”. Per Gesù è dentro di noi: “Se ti libererai dai tuoi demoni, dai tuoi mostri, se sarai trasparente, ti conoscerai”.
Le beatitudini dicono: “Vuoi essere veramente felice, vivo?”. “Vivi così!”.
Le beatitudini non sono un comando, “Devi essere così”, ma una scelta: “Se vuoi essere vivo dentro, sentire la Vita, l’energia che ti pulsa nel cuore, la vera felicità, vivi così”. Possiamo insomma dire che le beatitudini sono la guida per condurre una vita sana per il corpo e soprattutto per l’anima.
Vediamone brevemente il significato.
Dunque, “Beati i poveri in spirito”: se facciamo il contrario, se dipendiamo dalla ricchezza, non possiamo essere “beati”. Ma non è tanto la ricchezza ad essere dannosa, quanto il possesso, la dipendenza, l’esserne schiavi. L’uomo che dipende dalla ricchezza sostituisce con essa la propria autostima, il proprio valore. Non è la sessualità ad essere pericolosa, né la birra e neppure la sigaretta: il vero pericolo è la dipendenza, il non poterne più fare a meno, l’esserne schiavi.
Una madre, per assioma, non può essere considerata pericolosa: ma se siamo dipendenti in tutto e per tutto da lei, se la nostra personalità continua ad essere il riflesso della sua, se non gestiamo autonomamente la nostra vita, ma viviamo succubi di ogni sua personale valutazione, allora sì. Il padre, la moglie, i figli, il capo, non sono pericolosi, ma se noi viviamo per loro (cioè in funzione loro), se non riusciamo a starne senza, a distaccarci, se siamo dipendenti da quello che pensano o vogliono da noi, allora non solo sono pericolosi ma mortali. Quindi, beati i poveri in spirito: rimaniamo cioè liberi, non dipendiamo da niente e da nessuno: facciamo in modo che la nostra vita sia rivolta solo a Dio e che solo Lui sia il nostro Dio. Sì, perché Gesù ci chiede anche una povertà più alta, più difficile, più meritoria: il distacco anche dai beni morali e perfino da quelli spirituali. Chi pretende infatti di essere stimato e considerato dagli altri, chi è attaccato alla propria volontà, alle proprie idee o è troppo dipendente dalla propria autostima, dalle lodi, dagli apprezzamenti del mondo, o addirittura chi si rinchiude in un proprio benessere “spirituale”, non è “povero nello spirito”, ma ricco possessore di se stesso. “Se qualcuno vuol venire dietro di me – dice il Signore - rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24 ).
Beati gli afflitti: il contrario è il non saper piangere, il non sentire il dolore che viviamo. Cosa succede se non piangiamo mai, se non ci commuoviamo mai? Succede che col tempo il nostro cuore si sclerotizza, fa la crosta, indossa una corazza e diventa insensibile. Noi non sentiamo più nulla. E quando non sentiamo più nulla, perdiamo ogni sensibilità, cadendo facilmente nelle malattie dello spirito.
Beati i miti: il contrario è essere duri con se stessi . Cosa succede se irrigidiamo il nostro cuore? Lo stesso di quando irrigidiamo oltre misura i muscoli per raggiungere qualcosa: mal di schiena, tensioni, strappi, ecc: non siamo troppo duri con noi stessi: affidiamoci a Lui. Lasciamo fare a Lui.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia: il contrario è vivere in superficie, senza ascoltare la “fame” di cose giuste, di passione, di “vita vera”, di profondità. Praticamente diventiamo ciò che viviamo. Se parliamo solo di materia, diventeremo tali.
Beati i misericordiosi: il contrario è essere spietati. Perché avere pietà degli altri? Non guardiamo in faccia nessuno, giudichiamo sempre, “tagliamo in due” gli altri; ma poi non lamentiamoci quando avremo lo stesso trattamento. Perché ciò che facciamo agli altri, prima di tutto lo facciamo a noi.
Beati i puri di cuore: il contrario è vedere “cattive intenzioni dappertutto”. Vedere sempre il male; vedere sempre il lato negativo, l’imbroglio dietro ogni cosa; mettere sempre in evidenza l’unica cosa negativa invece di guardare il tanto positivo che c’è; vedere nemici e pericoli dappertutto... però  poi non chiediamoci perché viviamo nell’ansia, nel controllo e nella paura. Ciò che si vede fuori, altro non è che quello che siamo dentro.
Beati gli operatori di pace: il contrario è vivere nel rancore, nella rabbia, nell’odio: coltivare rancore per ogni piccolo sgarbo; perdonare, ma senza mai dimenticare; legarcela al dito; vivere nella rabbia... ma poi non lamentiamoci se viviamo male, se ci viene un’ulcera, una colite, una gastrite, ecc. Vivere nella rabbia è il modo migliore per essere sempre in guerra: e la guerra fa solo morti.
Beati i perseguitati per causa della giustizia: il contrario è sentirsi perseguitati ingiustamente. “Tutti ce l’hanno con me; nessuno mi vuole; non mi ami; non mi vuoi; con tutto quello che faccio per te, cosa ti ho fatto di male?”. Vediamo tutto nero, ci sentiamo vittime del mondo, degli eventi; ci sentiamo perseguitati ingiustamente... ma poi non chiediamoci perché siamo depressi o così tristi, o perché le cose non cambiano mai.
Le cose non cambiano mai perché siamo noi a non voler far cambiare la prospettiva alla nostra vita.
Le beatitudini: un semplice manuale per vivere felici, per vivere da santi: viviamo così e la nostra casa sarà piena di gioia, di amore, di serenità.
Amen.

giovedì 22 ottobre 2015

25 Ottobre 2015 – XXX Domenica del Tempo Ordinario

«Mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10,46-52).

Il brano del vangelo di oggi si apre con una strana particolarità. Gesù e i suoi, giunti a Gerico, immediatamente ne escono (Mc 10,46). Uno si aspetta che succeda qualcosa di importante in quella celebre città, un tempo vanto degli ebrei (con Giosuè dovettero abbatterla per entrare nella terra promessa), ma nulla. Marco non dice una parola. Gesù, con i discepoli e la folla al suo seguito, entrano da una porta ed escono dall’altra. Soltanto nell’uscire dalla città, Gesù incontra “il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco”.
Gerico, col tempo, era molto cambiata dalla città simbolo di vittoria, di successo, di liberazione che era; era diventata zona residenziale delle autorità e dei potenti della vicina Gerusalemme i quali, opprimendo la popolazione, l’avevano ridotta a terra di sopraffazione, molto simile all’Egitto dei tempi dell’Esodo: non per nulla Marco, per descrivere l’uscita da parte di Gesù, utilizza l’identico verbo di allora (ekporeuoménu), che richiama l’evasione da una situazione di prepotenza, di soprusi, di angherie. Simbolo di questa circostanza è appunto il nostro cieco: solo che in questo caso la liberazione non è stata tanto materiale quanto spirituale: l’oppressore di oggi non si trova più all’esterno, ma all’interno; il nemico è dentro di lui, è la cecità del cuore, il suo non voler riconoscere Gesù per quello che veramente è (il “Rabbunì” e non il “figlio di Davide”).
Con Gesù, sottolinea Marco, oltre ai discepoli, c’è “molta folla”: non dice però “che lo seguivano”; fa semplicemente notare che “erano” con Lui: Gesù in pratica ha tantissima gente intorno, gente che lo accompagna ma che non lo segue, per cui in realtà è solo (soltanto il cieco, una volta guarito, lo seguirà). Del resto tra le due azioni c'è una differenza sostanziale: “accompagnare” implica un senso di provvisorietà, che è il nostro, quello più comune: “finché mi fa comodo ti faccio compagnia, ti accompagno; poi vedrò!”. “Seguire” invece comporta stabilità, : “Io starò sempre con te, qualunque cosa accada”: una scelta più impegnativa che richiede molta determinazione.
A questo punto Marco apre la scena col figlio di Timeo, Bartimeo.
Nel vangelo sinottico di Matteo, sempre all’uscita da Gerico, sono due i ciechi “seduti lungo la via”(Mt 20,30); Marco invece scrive, sempre qui, di uno solo: per lui il fatto storico passa in secondo piano rispetto al senso del miracolo.
Forse proprio per questo motivo, si spiega perché Marco identifichi il cieco, prima in greco con “il figlio di Timeo”, e poi in aramaico, come se fosse un nome proprio, con Bartimeo, (“Bar-timeo”= “figlio diTimeo), ripetendo lo stesso concetto. Penso infatti che ricorrendo allo stratagemma del nome fittizio, Marco voglia qui sottolineare che non si tratta di una persona storica, ma di un personaggio qualunque, un personaggio simbolico: tutti cioè possiamo riconoscerci in Bartimeo, tutti possiamo essere ciechi come questo poveretto. Non per nulla il termine greco “timeo” significa sia rispettabilità, onore, gloria, che paura incertezza, insicurezza: pertanto dire “figlio di timeo”, equivale a dire “figlio della gloria, degli onori, della rispettabilità”, oppure “figlio della paura, dell’incertezza, dell’insicurezza”. Nel primo caso abbiamo un uomo che dipende totalmente dalla gloria, dall’orgoglio: né più né meno come i due apostoli che pretendevano di “Sedere alla destra e alla sinistra” (Mc 10,37) di Gesù solo per raccogliere onori, gloria, rispettabilità!: solo che vivere bramando, cercando, desiderando onori e gloria è un vivere alla cieca, da inconsapevoli. Nel secondo caso, “figli della paura”, significa vivere avendo timore di tutto; significa vivere nello sgomento, essere insicuri, non avere né fede né certezze; e allora è davvero la fine: il risultato è sistematicamente negativo: perché se abbiamo paura di essere rifiutati, noi ci isoliamo; se abbiamo paura di rimanere delusi, di sbagliare, di non riuscire, non inizieremo mai nulla; se abbiamo paura di non piacere, finiremo, pur di piacere a tutti, di stravolgere la nostra personalità, di diventare persone “altre” da quelle che siamo; se abbiamo paura di cambiare e di evolvere, rimarremo sempre gli stessi, delle persone mediocri costantemente insoddisfatte.
Marco è un grande cesellatore: usa una terminologia che apre grandi spazi alla meditazione: così il cieco è un mendicante che siede “lungo la strada” (Mc 10,46). Perché proprio “lungo la strada”? In fin dei conti poteva essere ovunque! Cosa vuol dirci con “lungo la strada”? Se prendiamo la parabola del seminatore, leggiamo che il seme che cade “lungo la strada” viene divorato dagli uccelli (Mc 4,4). Nello spiegare poi la parabola chiarisce che “quelli lungo la strada sono coloro nei quali la parola è seminata; appena la odono, viene subito Satana e la porta via” (Mc 4,15). Ora, sappiamo che Satana è il potere, l’ambizione, la superbia, l’orgoglio. Per cui possiamo benissimo stare sempre insieme a Gesù, come gli apostoli; possiamo andare a messa tutti i giorni, possiamo dire tutti i rosari di questo mondo, ma se lo facciamo per farci vedere, per superbia, per orgoglio, non serve a niente; possiamo fare tutto il bene che vogliamo, ma se lo facciamo per sentirci migliori, più bravi, più impegnati, in una parola superiori agli altri (che magari pure giudichiamo), allora siamo come “la strada”: noi il vangelo lo ascoltiamo anche, ma poi entra in gioco Satana e tutto finisce lì: il suo seme non ci entra dentro, non attecchisce, non porta frutto.
Inoltre, il cieco è “seduto”: cioè è fissato, convinto, fermo nelle sue idee: è convinto di capire, è certo di vedere, di sapere, ma in realtà è cieco, perché “lungo la strada” il male (Satana) ha annullato la sua conoscenza; è quindi un “mendicante”: è costretto cioè a dipendere dagli altri, non è autonomo; è uno che non sa camminare con le sue gambe, uno che è indeciso, che chiede sempre agli altri: “Cosa devo fare? Cosa è giusto? Vado bene così?”; uno senza iniziative, che da solo non va da nessuna parte.
Ancora: il cieco sente passare “Gesù Nazareno” (Mc 10,47). Tutti sapevano che Gesù era di Nazaret, che bisogno c’era di specificarlo? Nazaret si trovava in Galilea e la Galilea era una terra di ribelli, di rivoltosi, era il luogo in cui si concentravano i rifugiati politici; era il luogo in cui essi si nascondevano e tendevano agguati ai Romani. Dire “Nazareno” equivaleva pertanto definirlo un “galileo”, era come dargli del rivoluzionario, del ribelle, del sovversivo. E infatti il cieco chiama più volte Gesù “Figlio di Davide” (Mc 10,47-48): un titolo con cui allora si identificava il Messia davidico, che come Davide, sarebbe venuto con la forza, con la potenza, con le armi, con l’esercito: uno con il mandato di sconvolgere gli equilibri esistenti, imponendo il suo potere.
Il grande re Davide infatti aveva sì unificato le Dodici tribù d’Israele, ma lo aveva fatto in un tremendo bagno di sangue; al punto che volendo costruire il tempio (si sentiva in colpa verso Dio!), il Signore si oppone: “Tu no, hai le mani sporche di sangue per costruire il tempio” (1Cr 22,8). Era insomma un uomo spietato e frivolo. Chi è accecato dall’ideologia (religiosa o no) non vuole la vita ma la morte, l’eliminazione degli altri. Il fanatico vede solo la “sua” religione, il “suo” guru, le “sue” idee: gli altri sono tutti da eliminare.
Il cieco dunque, sentendo la presenza di “Gesù Nazareno”, dimostra di avere di Lui una conoscenza errata: per questo “incomincia a gridare”: chi è infatti che “grida” nei vangeli? Quelli che sono posseduti da uno spirito immondo! Il cieco, con le sue convinzioni, è posseduto dal demonio, è un fanatico, ha cioè un’idea sbagliata di Dio. Per questo è cieco. Quindi egli non chiede a Gesù di guarirlo ma di aver pietà di Lui (Mc 10,47-48): è ancora “seduto”, fermo nella sua mentalità e vede Gesù solo come il Messia antico; in pratica gli dice: “Sono cieco perché ho peccato (essere malati significava essere peccatori), per questo non avrò la resurrezione; tu Messia, abbi pietà di me e concedimi la resurrezione”. Egli non vede in Gesù colui che è amore, misericordia, compassione, ma solo colui che può condannare o salvare. È cieco: non ha ancora visto chi sia realmente Gesù. Sente di essere bisognoso, sente che è un mendicante, ma non ha ancora capito il suo problema. Egli non conosce la sua malattia, e quindi non può guarire: bisogna darle un nome, e solo allora sarà possibile lavorare per la propria guarigione.
Quando Gesù dice: “Chiamatelo!” e lo vanno a chiamare, egli getta via il mantello (Mc 10,50), getta via cioè quello che era prima, getta via la sua mentalità, le sue idee preconcette; è qui che si concretizza la sua “chiamata”, attraverso la rottura col passato: infatti “balza in piedi” come uno che ci vede, e come uno che ci vede “va da Gesù” (Mc 10,50); il quale gli chiede: “Che cosa vuoi che ti faccia?” (Mc 10,51). È la stessa domanda rivolta a Giacomo e Giovanni nel vangelo di domenica scorsa (Mc 10,36). Solo che allora Gesù non poté fare nulla per loro; qui invece sì. Come mai? Perché Gesù a volte non ci ascolta? Perché non ci concede quello che gli chiediamo? Semplicemente perché chiediamo cose che non ci può dare. Chiediamogli le cose giuste e le avremo. Qui l’uomo cieco chiede a Gesù la fede, la fiducia, chiede insomma di cambiare. E questo Gesù glielo può dare. Ma se noi gli chiediamo una vita ricca e fortunata, se gli chiediamo che ci faccia questo o quel miracolo, che ci risolva tutti i problemi e le difficoltà della vita quotidiana, allora gli chiediamo cose che Lui non può darci: perché Dio non ci sostituisce nel fare ciò che tocca fare a noi.
Se invece noi chiediamo a Dio il desiderio e la forza di cambiare vita, di migliorare, questo Lui ce lo può dare. Se gli chiediamo la forza di affrontare le contrarietà, o il coraggio per scegliere la via tortuosa che porta a Lui, o la luce per illuminare questo nostro cammino, Lui ce li può dare. Se gli chiediamo il fuoco, l’ardore, l’entusiasmo, per poter perseverare fino alla fine del nostro percorso di cristiani, Lui ce li può dare.
Giunto ai piedi di Gesù, il cieco non grida più; non chiama più Gesù “figlio di Davide”, ma “Rabbunì”, “Mio Signore, mio Maestro”: usa cioè una confidenziale espressione aramaica con cui ci si rivolgeva a Dio (la stessa usata dalla Maddalena in Gv 20,16, la mattina di Pasqua, quando riconosce Gesù). Egli in questo momento ha gli occhi aperti: non vede più nella sua mente il falso Gesù, il messia davidico, ma vede davanti a sé il vero Messia, il Figlio di Dio; non gli chiede più di avere pietà di lui, ma finalmente: “Che io riabbia la vista, che io riabbia la mia fede”. E Gesù gliela concede. È il miracolo.
E Marco conclude commentando: “E subito egli ci vide e prese a seguirlo per la strada” (Mc 10,52).
Gli altri, la folla, accompagnano Gesù; solo lui, il cieco guarito, lo segue: perché ora lui vede chiaramente chi è Gesù. Prima non lo vedeva, pensava di seguire Gesù, ma si ostinava a seguire un messia che non era Gesù. Molte persone vanno in chiesa e pregano, ma non pregano il Dio di Gesù, non lo vedono, non lo riconoscono: nella loro vita non provano nulla, non provano alcun sentimento, sono aridi, non sanno cosa sia veramente la tenerezza, la misericordia, la gioia, la pietà, l’amore. Molte persone si definiscono cristiane, ma il vangelo che seguono non scuote minimamente le loro convinzioni, le loro idee, il loro credo; non li ispira, non li guida in ciò che fanno, in ciò che sentono, in ciò che vivono. Sono tanti ciechi, sono tanti Bartimeo: hanno bisogno di guarire per poter finalmente “vedere” il Dio di Gesù: un Dio che si aspetta da noi di essere riconosciuto e amato; un Padre sempre pronto ad accoglierci e a guarirci dalla nostra deviante cecità; un Dio Amore che illumina, sorregge e guida in ogni momento il nostro cammino, la nostra vita; un Dio che ci chiede soltanto di amarlo, umilmente e sinceramente, coinvolgendo in questo nostro amore anche tutti i nostri fratelli.
Amen.

 

giovedì 15 ottobre 2015

18 Ottobre 2015 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario

«In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”» (Mc 10,35-45).
 
Gesù, mentre prosegue il suo cammino verso Gerusalemme, cerca di istruire, di preparare i suoi discepoli alla tragica conclusione della sua missione terrena, descrivendone sempre più apertamente i particolari. I discepoli però dimostrano ancora una volta di non comprendere le sue parole: per loro Egli è e resta il messia, l’inviato di Jahweh, con il compito di ristabilire, di ricompattare il regno d’Israele, riportandolo allo splendore del periodo Davidico.
Non capiscono, non vogliono capire: e anche questa volta prevale in loro l’idea della restaurazione politica guidata da Gesù; niente quindi di più naturale che due dei dodici discepoli, si avvicinino a Lui per fargli delle richieste personali in vista della sua affermazione gloriosa. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo: due personaggi piuttosto singolari, tanto da venire soprannominati i “Boanerghes”, i figli del tuono, grazie alla loro indole collerica, ambiziosa, prepotente, suscettibile, sempre pronta alla rissa. E lo dimostrano subito con il tono perentorio con cui si rivolgono a Gesù: “Noi vogliamo che tu ci faccia”. “Noi vogliamo”: non esprimono un desiderio, il loro è un ordine; non chiedono umilmente, ma vogliono, esigono, pretendono. Non accettano opposizioni.
Un comportamento decisamente agli antipodi rispetto a quello di Gesù. Egli è paziente, ascolta tutti, cerca sempre di capire, di risolvere qualunque problema, di infondere coraggio e speranza nei bisognosi; quando deve comunicare cose importanti, si ripete, spiega e rispiega in maniera che tutti comprendano. E nonostante la presunzione dell’approccio, anche questa volta Egli offre ai suoi interlocutori la sua ampia disponibilità: “Cosa volete che io faccia per voi?”.
Aveva appena finito di dire: “Vado a Gerusalemme, forse mi prenderanno; me la faranno pagare; forse mi uccideranno; ho paura ma devo andare; statemi vicino, aiutatemi”, che dai due si sente ordinare: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37).
C’è proprio da rimanere sconcertati, allibiti: i due dimostrano chiaramente di non aver ascoltato per nulla le parole di Gesù, di non aver capito nulla dei suoi timori, delle sue preoccupazioni; dimostrano insomma di non essere per niente interessati del suo domani.
Ebbene, c’era di che spazientirsi, ma Gesù risponde pacatamente: “Voi non sapete ciò che domandate”. Non lo dice con disprezzo; la sua è una triste e amara constatazione. “Voi siete completamente fuori strada”. In effetti, un giorno Gesù avrà accanto a sé due persone, uno a destra e uno a sinistra, ma non appartengono al gruppetto dei suoi: sono soltanto due ladroni condannati a condividere con lui il supplizio della croce. Ma questo i figli di Zebedeo non lo sanno e non lo vogliono sapere; sono troppo concentrati nella visione politica della missione di Gesù, nonostante le sue ripetute dichiarazioni del contrario; dimostrano di essere degli illusi irrecuperabili, convinti come sono, che Gesù vada a Gerusalemme non per morire, ma per governare, comandare, dirigere il popolo: con loro due ovviamente ad occupare i posti di comando più prestigiosi, al suo fianco. Non hanno capito niente, perché non lo hanno ascoltato veramente: hanno sentito la sua voce ma non le sue parole; ne hanno solo travisato il significato.
Tant’è che quando Gesù chiede loro: “Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui sono stato battezzato”, cioè: “potete seguire fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, il mio destino e la mia missione?”, essi gli rispondono: “Sì, certo!, lo possiamo”. Poveri illusi! Continueranno a cullarsi nei loro sogni di potenza e di gloria fino al momento dell’arresto di Gesù, quando improvvisamente si scontreranno con la realtà: “Tutti, abbandonandolo, fuggirono” (Mc 14,50). La loro presunzione, le loro promesse di fedeltà assoluta e di coraggiosa condivisione dei pericoli, si dissolve in un momento come neve al fuoco.
Poi Gesù prosegue: Si, il calice mio lo berrete... e il battesimo lo riceverete..., ma non come pensate voi. Io non sono come Voi continuate a vedermi”.
 “Bere il calice” era una tipica espressione ebraica che indicava la morte con il martirio. Essi pertanto accettando di berlo fino in fondo, si dichiaravano pronti anche a morire per il “loro” potente Messia; ma non per un Gesù solo, debole e indifeso.
Accortisi di quanto stava succedendo davanti a loro, dice il Vangelo, gli altri dieci discepoli si indignano con Giacomo e Giovanni; si adirano non per il modo impertinente con cui i due si sono rivolti a Gesù, ma perché stanno cercando di assicurarsi per un domani quella posizione di prestigio, cui tutti segretamente aspiravano. Questo ambizione peraltro non ci deve meravigliare più di tanto, visto che fino a poco tempo prima stavano discutendo animatamente tra di loro su chi fosse “il più grande”: e purtroppo dove c’è ambizione, ci sono divisioni, contrasti, lotte, scontri.
A questo punto Gesù si rende conto che deve chiamarli nuovamente a sé; con grande pazienza deve spiegare ancora una volta il vero motivo della sua missione. Li aveva già chiamati all’inizio della sua attività missionaria: ora li deve richiamare, per far capire loro che quel “vieni e seguimi” di allora non era finalizzato ad una passeggiata in comitiva, ma comporta un radicale e continuo “cambiamento di mentalità”; comporta l’abbandono della rigidità del proprio pensare; richiede cioè di entrare dentro se stessi, per dare un nome, il vero nome, a tutto ciò che coltiviamo nella mente e nel cuore.
Per essi, sicuramente, la prima chiamata è stata soltanto motivo di autocompiacimento: si sono cioè sentiti gratificati nella loro ambizione, nel loro desiderio umano di emergere. Gesù non li rimprovera ora per questo; ma li porta a ridimensionare drasticamente il loro “ego”, a guardare con umiltà gli eventi della vita, il loro significato reale e profondo. E spiega: “Chi vuol essere grande sia servitore, e chi primo, ultimo”. Ecco, con due sole parole, “servitore” e “ultimo” smonta tutti i loro sogni di grandezza; due parole che ben meritano una spiegazione: il “servitore” (“diàconos”) è colui che serve gli altri volontariamente e con piacere; non è costretto, ma spontaneamente si mette a disposizione del prossimo. Lo fa per amore, per passione, per condividere con i bisognosi la gioia che sente dentro di sé. “Servire” è dunque fare gratuitamente ciò che procura gioia ad altri. Essere “ultimo”, invece, (in greco “doùlos”, lo schiavo), significa conformarsi al gradino più basso della servitù. Significa in pratica non di essere “schiavi” nel senso corrente del termine, ma di considerarci come se fossimo tali, cioè all’ultimo posto: e questo non perché siamo indegni o non valiamo niente; non perché siamo dei sottomessi senza iniziative, delle persone insignificanti: ma perché, se ci sentiamo ultimi, sappiamo che tutti gli altri sono sopra di noi, che tutti gli altri meritano onore e rispetto più di noi. I “capi delle nazioni”, chi sta ai posti d’onore, invece, non si comportano così: essi si ritengono i “primi” in assoluto, considerano tutti gli altri inferiori a loro, li guardano con disprezzo, con sopportazione, con arroganza.
E Gesù conclude: “Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
Qui Gesù parla di “riscatto”: era il “lytron”, la somma che bisognava pagare per riscattare dalla schiavitù una persona, oppure la cifra che la famiglia doveva corrispondere ai creditori per riscattarsi dai debiti, o il prezzo da liquidare ai vincitori per far rimettere in libertà i loro cari catturati in battaglia.
Gesù dunque si è fatto uomo come noi, per pagare con la sua vita il “lytron”, il riscatto per la vita di “molti”, per l’umanità intera. E per questo sacrifica, come sottolinea qui il testo, la sua “psyché”: mette cioè sul piatto del riscatto la sua vita, la sua “vitalità”, la sua energia, la sua forza, la sua fiducia in Dio, la sua conoscenza del Padre: in una parola, tutto quello che lui ha lo investe per liberarci, per affrancarci, per toglierci dalle nostre prigioni e dalle nostre schiavitù, per ripagare tutti i nostri debiti; è venuto su questa terra e ha speso tutta la sua vita, perché noi potessimo essere liberi, dimostrandoci ciò con quanto amore egli ci amasse.
Questo dunque ci insegna Gesù nel vangelo di oggi: che anche noi dobbiamo amare, servire umilmente i nostri fratelli: che dobbiamo cioè mettere a loro disposizione oltre a ciò che abbiamo, anche e soprattutto ciò che siamo. E lo dobbiamo fare con gioia, consapevoli che in questo modo saremo loro utili, faremo loro del bene; la nostra vita, ciò che siamo, diventerà la loro “vita”: in altre parole noi rinasceremo in loro per diventare vita, gioia, serenità. Solo così esprimeremo totalmente le nostre potenzialità. Perché per i nostri fratelli sofferenti e bisognosi, per i nostri cari, per gli amici, i conoscenti, in una parola per il nostro prossimo, esserci o non esserci non è la stessa cosa: il nostro esserci o non esserci, infatti, determina un radicale cambiamento nella loro vita! Penso che il momento peggiore nella vita di un uomo sia quello in cui si rende conto di condurre un’esistenza inutile, un’esistenza senza ideali, senza alcun senso, una vita arida, improduttiva, senza linfa, che non serve a nulla: a che pro allora vivere una vita che non è vita? Altra cosa invece è vivere per donare, vivere per amare; vivere per far vivere gli altri, mettendo a loro disposizione l’amore, la carità del nostro cuore: un amore, una carità, che di volta in volta diventano tenerezza, conoscenza, gioco, festa, unione, silenzio, comprensione, preghiera. Come ci ha insegnato Gesù.  Amen.
 

giovedì 8 ottobre 2015

11 Ottobre 2015 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

«Mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» (Mc 10,17-30).
 
Il vangelo inizia dicendo che “un tale gli corse incontro”. A parte il fatto che in Oriente i ritmi di vita sono molto lenti e difficilmente uno corre, soprattutto se è un uomo maturo, ci aspetteremmo che colui che ha tanta fretta di raggiungere Gesù sia quanto meno un bisognoso (come Giairo) o un disgraziato come il lebbroso; persone cioè che non sanno più a chi ricorrere, alle quali Gesù appare come la loro ultima ancora di salvezza. E invece no! L’uomo che corre da Gesù è ricco, è religioso, non ha alcun problema evidente; egli cerca solo sicurezze; vuole certezze per il futuro, perché teme, nel suo perbenismo, di non fare abbastanza; sta insomma cercando qualcuno che gli dica: “Quello che fai va bene, è sufficiente”.
Che dire di quest’uomo? Sicuramente dimostra di essere un uomo che non conosce Dio, un uomo che ha paura di Dio. Perché se lo conoscesse anche solo un poco, saprebbe che con Lui non c’è nulla da temere. Quest’uomo sa chi è Dio, ma non lo conosce! E proprio perché non lo conosce, cerca sicurezze; per placare la sua ansia, corre da Gesù e gli chiede garanzie: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Mc 10,17).
Una domanda interessante, ma anche piuttosto singolare: in tutti i Vangeli infatti non esiste nessun malato - lebbroso, cieco, indemoniato, paralitico - che chieda a Gesù una cosa del genere: tutti, indistintamente, gli chiedono una cosa sola, di guarire: è gente povera, disperata che, vivendo ai margini della società, non si preoccupa certo di quale vita li aspetti un domani, dopo la morte, quando al presente vivono alla giornata una vita che non è vita.
Soltanto i benestanti, quelli a cui non manca nulla, possono pensare ad una cosa del genere. Soltanto i ricchi, i ricchi di ogni tipo: i ricchi di soldi e di religione, i ricchi di certezze e di verità, possono fare una domanda simile: essi in questo mondo stanno bene, dispongono di tutto, non manca loro nulla: è naturale quindi che si preoccupino della vita futura, di cosa fare per continuare a vivere, anche nell’al di là, la stessa esistenza fortunata e agiata di oggi.
Ora, se leggiamo bene i vangeli, scopriamo che Gesù non parla mai di “vita eterna”, salvo quelle poche volte che deve rispondere a specifiche domande. Come mai? Perché a Gesù non interessa tanto promettere una vita che diventerà felice in un futuro che nessuno conosce; non gli interessa annunciare che poi questo “premio” futuro durerà eternamente: a Lui interessa soprattutto che l’uomo viva questa vita beata e felice fin da subito, immediatamente, fin da questa vita terrena: e ciò è possibile operando scelte d’amore, di misericordia, di tenerezza, di non-violenza, di carità, di accoglienza; scelte che non solo ci rendono beati oggi, ma ci assicurano anche la beata esistenza senza fine del domani. Dio, alla fine dei nostri giorni, praticamente non farà altro che confermare per l’eternità, i frutti delle nostre attuali scelte: frutti di scontento, di infelicità, di malessere, se abbiamo pensato solo a noi stessi, se abbiamo preferito vivere in una totale crapula mentale, senza altre preoccupazioni; oppure frutti di serenità, di felicità, di gioia, di amore, se abbiamo vissuto mettendoci a disposizione dei fratelli bisognosi. Questo è il punto focale del suo annuncio: tant’è che al dottore della legge che gli chiede per l’appunto: “Cosa devo fare per ereditare la vita eterna” (Lc 10,25), Gesù gli risponde con la famosa parabola del Buon Samaritano.
Cosa vuol dire tutto questo: che noi non ci assicuriamo l’eterna felicità, semplicemente assistendo ogni giorno alla messa, o recitando continuamente preghiere e rosari: ma solo se metteremo un amore “sincero e concreto” nelle nostre relazioni, nell’ascolto degli altri, nella comprensione, nell’empatia con tutti: famigliari, amici, moglie, marito, figli, colleghi, ecc.
Perché se dimostriamo di amare gli uomini in questo modo, dimostriamo di amare anche Dio: altrettanto non possiamo dire se ci limitiamo ad onorare Dio con riti e liturgie esteriori, ma poi ignoriamo i nostri fratelli.
L’uomo del vangelo ha dunque fatto la sua domanda a Gesù: e quando Gesù gli ricorda che deve semplicemente osservare i comandamenti, egli si sente in regola, sa di essere bravo, è una cosa che ha sempre fatto: “Maestro tutte queste cose le ho fatte fin dalla mia giovinezza” (Mc 10,20). Ma come l’ha fatto? E Gesù, nella sua infinita misericordia, “lo amò”: non perché sia stato bravo, non perché sia stato osservante e abbia agito con rettitudine, ma “lo amò”, lo sentì vicino al suo cuore, perché il poveretto non aveva capito nulla, era uno sprovveduto, uno che aveva vissuto sbagliando tutto, perché aveva anteposto una sterile osservanza ai dei regolamenti, invece di distribuire carità e amore agli altri. “Lo amò” per dimostrargli che quanto gli avrebbe chiesto subito dopo, richiedeva lo stesso sentimento di amore verso i poveri, i sofferenti; “lo amò”, perché capì di avere davanti a sé un povero disgraziato che viveva auto compiacendosi dei suoi meriti, dei suoi credo, delle sue impostazioni di vita, tutte cose però che non erano in grado di trasmettergli gioia, serenità, soddisfazione interiore; Gesù amandolo vuol fargli capire insomma che nella vita ci sono valori molto più importanti dei suoi: valori che lui non ha mai sperimentato direttamente: l’amore, la carità, la comprensione, la disponibilità.
Per questo “lo fissa”, lo guarda intensamente, quasi a dirgli: “Amico, io ti voglio bene, ma tu non mi inganni!”. Gesù cioè non cade nel tranello del “brav’uomo”, dell’uomo perbene. Chiunque avrebbe detto: “Ma che brava persona: un uomo in regola, osservante, pio, religioso”. Gesù invece lo penetra con lo sguardo, lo scava dentro, gli mette l’anima a nudo.
Poi il testo, nella traduzione italiana, dice: “Una cosa sola ti manca” (Mc 10,21). Ma in greco letteralmente dice: “L’uno ti manca (en se usteréi)”, che ha un altro senso: se infatti noi diciamo: “Ti manca soltanto una cosa”, la frase acquista un valore positivo, come se Gesù gli facesse un complimento: “Sei davvero bravo!; un altro piccolo sforzo e ci sei”. Ma non è così!
Queste parole di Gesù si riferiscono ad un modo di dire del mondo ebraico: vantando una quantità di 10 o 100 o 1000, se “manca l’uno” (l’unità), la quantità viene meno, rimangono solo tanti “zero”; è una quantità che non vale assolutamente nulla. Per cui Gesù dicendo : “Ti manca l’uno”, è come se dicesse : “Ti manca tutto; Tu pensi di avere meritato tanto con il tuo comportamento, e invece non ti ritrovi nulla”.
È dall’intima percezione di questa verità che forse trae origine l’angoscia di quest’uomo, questo dubbio urgente cui dare una risposta: nonostante egli abbia fatto tutto seconde le regole, non si sente sereno, è preoccupato, non è felice, e comincia a temere che tutti i suoi meriti non siano sufficienti a garantirgli quella felicità futura che lui sta affannosamente cercando.
Questa sua angoscia lo spinge pertanto ad accattivarsi la benevolenza di Dio, quasi a comprarselo con le sue manifestazioni di deferenza (“maestro buono”); egli sa di avere alle spalle una vita “ricca” di meriti, per cui tratta Dio quasi alla pari, vuol barattare l’infelicità presente con la felicità futura, ma non capisce che Dio non è in vendita, non è oggetto di scambio: è Lui che si offre incondizionatamente a tutti, quando e come vuole, anche a quelli che non possono vantare alcun merito. La risposta di Gesù è pertanto determinante, risolutiva: “Va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo” (Mc 10,21).
Perché Gesù dice di dare tutto “ai poveri”? perché i poveri non hanno nulla da dare in cambio; è quindi un dare gratis, senza aspettarsi alcuna ricompensa. Fino ad oggi il suo “perbenismo” era finalizzato ad ottenere qualcosa in cambio (la vita eterna): Gesù gli chiede invece di perdere, di vendere, di lasciare tutte le sue voglie di certezza, per rimanere con un’unica certezza: Dio. Il vero tesoro, l’unico tesoro della vita, è Dio.
In pratica Gesù gli dice: “Smettila di preoccuparti di accumulare beni. Smettila di essere preoccupato della tua immagine, di quello che gli altri pensano di te. Non vedi che tutto questo ti impedisce di vivere? Se vuoi essere felice, ama, prenditi cura degli altri e donati. Quando tu smetterai di preoccuparti solo di te, sarà allora che Dio si prenderà cura di te”.
Gesù, in definitiva, propone all’uomo di cambiare radicalmente modalità di vita: non certezze, non sicurezze, non garanzie, ma fiducia in Lui. Non cose, non beni, ma libertà e amore. Perché in questo sta la vera felicità.
“Ma egli rattristatosi se ne andò afflitto perché aveva molti beni” (Mc 10,22).
L’uomo “ricco di meriti ” corre da Gesù esibendo orgogliosamente il suo perfetto tenore di vita, ma se ne va triste e ancor più angosciato: perché in realtà non è lui a possedere le “ricchezze”, ma sono le ricchezze che posseggono lui. I “ricchi ” del vangelo sono i più poveri in assoluto, perché sono schiavi del loro benessere, delle loro conquiste, delle loro certezze, delle loro convinzioni di una vita; sono persone continuamente angosciate dalla paura di perdere i loro beni materiali, e non si rendono conto che per non perderli, perdono loro stessi.
Per Gesù, invece, ciò che conta veramente non è quello che uno possiede, ma quello che uno dona. Perché è solo donando che potrà raggiungere quella pace e quella felicità, che lo accompagneranno anche nella vita futura. Noi pertanto non dobbiamo temere di perdere qualcosa regalando a piene mani amore, tenerezza, compassione, carità: ne avremo sempre in abbondanza; non perdiamo nulla donando ai fratelli, fede, serenità, fiducia in loro stessi e negli altri; così pure possiamo donare tranquillamente a tutti ascolto, empatia, comprensione, passione, coraggio, entusiasmo: nel nostro cuore ne rimarrà sempre in abbondanza; anzi più ne doniamo, ancor più ne avremo a disposizione.
Le cose donate si deteriorano, si perdono, i sentimenti e i valori no. Gli oggetti possono essere rubati, l’amore e il bene fatto, mai!
L’invito finale rivolto all’uomo “ricco” è lo stesso che Gesù aveva espresso agli apostoli: “Vieni e seguimi” (Mc 10,21). Solo che l’uomo non può seguirlo perché non è libero, è posseduto. Non è che non voglia, non può. L’unica condizione per seguire Gesù è infatti quella di essere “liberi”.
Nel vangelo i malati guariscono, cambiano vita e seguono Gesù. I ricchi no. Essere ricchi, per il vangelo, come ho detto, è la sfortuna più grande: ma attenzione, il problema non è la ricchezza in sé; il vero problema è l’attaccamento smodato ad essa, è il suo accumulo egoistico e paranoico, per cui la nostra vita è sempre tesa e subordinata ad essa, tanto da diventarne schiavi, perdendo completamente la nostra lucidità e la nostra libertà. Per questo Gesù dice: “È più facile che un cammello passi per la cruna di una ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,25).
Al di là di una possibile errata trascrizione del termine greco “kàmilos” (=gomena, grossa fune con cui si attraccavano le navi) con “kàmelos” (=cammello), la forza dell’esempio iperbolico di Gesù rimane invariata: è assolutamente impossibile per entrambi passare attraverso la cruna di un ago. Quindi: nessun “ricco” (nel senso di “schiavo della ricchezza”), potrà aspirare al regno dei cieli, alla felicità di Dio. Non difficile; è impossibile. Perché il “ricco”, cioè colui che è morbosamente attaccato ai beni terreni, alla proprietà, non è un uomo libero, sano: è un uomo “gravemente malato”: ed è oltretutto impossibilitato a guarire, perché non sa di essere ammalato. Amen.
 

giovedì 1 ottobre 2015

4 Ottobre 2015 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

«In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie» (Mc 10, 2-16).
 
La gente corre da Gesù perché sente che le sue parole escono dal suo cuore e parlano al loro cuore; corre da lui perché percepisce che quanto dice è verità: e questo, per i capi, è pericoloso, perché se la gente ascolta Gesù, se lo segue, automaticamente si allontana dalla Legge che essi rappresentano. Ecco allora che arrivano i farisei, i sapienti, con l’intenzione di sconfessarlo: vogliono metterlo in difficoltà, e per questo gli tendono un vero e proprio tranello: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Una domanda che può sembrare semplice e innocua, ma che al contrario, qualunque ne sia la risposta, offre interpretazioni contrastanti.
Osserviamo subito alcune sfumature di questa domanda: prima di tutto chiedono se “è lecito”: ora, chi si preoccupata di stabilire fino a che punto una sua azione è legale o meno, dimostra di non ragionare col cuore, con i sentimenti, ma con l’aridità di un regolamento. E ciò rispecchia molto bene la mentalità piccina e puntigliosa dei capi religiosi che la pongono. Secondo poi, il soggetto che deve decidere il ripudio è il “marito”. Perché non dicono anche: “È lecito ad una donna...”? Semplicemente perché alla donna era negato qualunque riconoscimento legale; l’uomo poteva ripudiare la moglie, poteva fare di lei quello che voleva, ma la donna no: anzi, se ci provava, veniva lapidata.
La legislazione mosaica del Ripudio si basava infatti esclusivamente sul diritto dell’uomo; questi era autorizzato a servirsene anche per i più futili motivi: se la moglie usciva con i capelli sciolti, se scambiava qualche parola con un estraneo, se per caso bruciava il pranzo. Insomma, un maschio poteva “scaricare” la propria moglie quando voleva. Ma con quali conseguenze per la donna? Che prospettive poteva avere una donna ripudiata? Nessuna. Una donna sola non aveva diritti, non poteva vivere, non poteva avere un lavoro, non poteva mantenersi. Una donna cacciata da casa era una donna destinata “alla fame”, al disonore, a fare una “brutta fine”, esposta continuamente ad ogni genere di pericoli. Per sopravvivere aveva due sole alternative: o prostituirsi, o appoggiarsi ad un altro uomo, che il più delle volte era già sposato, e cadere automaticamente in adulterio.
Questo diceva la Legge mosaica: ma ciò contrastava con la legge di Gesù, che si fondava sull’amore e sul riconoscimento di una pari dignità per tutti.
Quindi il gioco dei farisei è chiaro: qualunque risposta Gesù cercasse di dare, sarebbe andata contro una delle due leggi, e per lui sarebbe comunque finita male: se si fosse pronunciato a favore del ripudio, avrebbe ottenuto il facile consenso della folla e dei farisei, ma avrebbe rinnegato quanto lui stesso aveva insegnato nel discorso della montagna (Mt 5,31-32). Se invece diceva “no”, si dichiarava contro la Legge di Mosè, e contribuiva ad aumentare l’ostilità di Erode e dei caporioni ebrei nei suoi confronti.
Gesù quindi la prende sapientemente alla lontana. Inizia col chiedere loro: “Che cosa vi ha detto Mosè?”. E loro sicuri: “Mosè ce l’ha permesso!”. “È vero – replica Gesù; ma Mosè ve l’ha permesso non perché lui volesse così, ma a causa della durezza del vostro cuore(Mc 10,5). Che vuol dire: è vero che Mosè vi ha permesso il ripudio, ma non perché questo fosse il progetto iniziale di Dio, ma per rimediare in qualche modo alla crudeltà del vostro popolo nei confronti della donna, alla quale, con la vostra mentalità distorta, riservavate un trattamento disumano; quindi lo ha fatto non perché il ripudio fosse una cosa buona e lecita in sé, ma perché costituiva il male minore. Tutto è riconducibile infatti alla vostra “sclerocardia”, alla vostra “durezza di cuore”, alla vostra totale insensibilità: a quella stessa identica “sclerocardia”, per punire la quale Jahweh, a suo tempo, impedì l’ingresso nella terra promessa a ben seicentomila ebrei (Sir 16,9-20).
Si tratta di una perversione molto grave: è in sostanza la mancanza totale di cuore, di amore; è l’irrigidimento, la sclerotizzazione, la pietrificazione, di ogni sentimento; una situazione di fronte alla quale neppure Dio può fare nulla.
Gesù pertanto non si lascia impressionare per nulla dalla domanda secca dei farisei: non dice né sì né no, ma si rifà al perché originale e profondo dell’esistenza umana: “All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due ma una sola carne” (Mc 10,6-8).
Pronunciando queste parole Gesù compie un atto davvero rivoluzionario per quel tempo. In pratica riconosce dignità e diritti alle donne, ponendole sullo stesso piano del maschio. E forse anche per questo esse in particolare lo amavano: si sentivano da lui considerate, accettate. In lui trovavano dignità, fiducia. Per cui le parole che seguono ne sono l’ovvia conseguenza: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,12). Una situazione completamente paritaria: ma per quel tempo questo era impensabile, sconvolgente.
E conclude: “Sicché i due non sono più due ma una sola carne” (Mc 10,8).
Qui dobbiamo fare molta attenzione alle parole di Gesù: Egli non dice che “i due saranno un’unica cosa”: se così fosse, se diventassero semplicemente “uno”, uno dei due sarebbe destinato a scomparire, verrebbe soffocato, ingoiato, “mangiato” dall’altro. Una “carne sola” (in ebraico “basar ehad”, cioè una carne una, unita) indica invece una unione totale, su tutti livelli; indica cioè il “livello divino” di una unione. Se i due non trovano infatti una unità più profonda, oltre quella carnale, non c’è un vero rapporto tra loro, non c’è matrimonio, perché non c’è amore. Questo è il progetto iniziale di Dio: l’amore, l’unità, l’incontro profondo tra i due, maschio e femmina.
È questa l’unione che l’uomo non deve dividere. Se l’uomo divide il rapporto fisico dall’amore, se altera i componenti dell’unione maschio e femmina, allora i due stanno sì insieme ma non potranno mai essere “uno”, non saranno uniti, ma saranno già divisi in partenza, già divorziati dentro.
Quando Gesù allora dice: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”, non si riferisce tanto alla separazione materiale della coppia, ma da tutto il piano di Dio. Cioè: “Il piano di Dio è l’amore fra i due; se questo cessa, se questo “piano” viene meno, diviso, separato, distinto (cioè: sì allo stare insieme, no alla comunicazione reciproca; sì al rapporto fisico, no all’affetto e all’amore vicendevole; sì alla coppia omosessuale, no alla coppia maschio-femmina; sì allo stare insieme, no all’uguaglianza, ecc.), allora cessa il piano di Dio, cessa il rapporto di coppia.
Perché un rapporto di coppia, nel piano di Dio, è fonte di amore, di felicità, di unità profonda, di procreazione. Se mancano questi elementi, tutto viene meno, non c’è più niente: c’è solo uno stare insieme, vuoto, squallido, senza alcun contenuto.
Non basta allora mettere insieme due corpi qualunque, per essere “una carne unita”: la fedeltà non può consistere soltanto nel “non fare questo o quello, nel non trattare male l’altro, nel non picchiarlo...”. La fedeltà è un valore, e come tutti i valori comporta un coinvolgimento mentale attivo e positivo. La difficoltà in un matrimonio non è tanto quella di “stare insieme per sempre” (indissolubilità giuridica) ma quella di tenere continuamente vivo l’amore: perché se l’amore sarà sempre vivo e palpitante, porterà a quella “indissolubilità dell’anima”, ben più forte e nobile di quella dei corpi; una indissolubilità che trasformerà il rapporto tra i due in un profondo, intenso scambio di sentimenti, di amore, di stima, di comprensione, che avvicinerà la loro vita al modello della vita divina.
Allora, invece di essere come i farisei che si preoccupavano solo se fosse lecito o meno ripudiare la moglie, di giudicare, di condannare, noi dobbiamo lavorare continuamente sulla nostra unione matrimoniale, dobbiamo costruirla, fortificarla, in modo che il nostro amore, curato e perfezionato, assomigli sempre più a quello vero, a quello di Dio, Amore ineffabile. Sì, perché l’amore è meraviglioso! Vivere l’amore ci riempie il cuore, la vita, ci fa vibrare l’anima; per amore siamo pronti a rischiare tutto, a cambiare radicalmente la nostra esistenza, le nostre vedute, le nostre convinzioni; pronti a lasciarci travolgere da quella spirale magnetica, inarrestabile e potente, che ci attira e che trasforma noi e l'altro, in una sola “unica carne”. Una vita senza amore è una vita triste, monotona, piatta, avvilente, sconsolata.
Convinciamoci soprattutto che l’amore è possibile: molte persone oggi non credono più nell’amore, si accontentano di surrogati, si saziano di ripieghi. No: non soltanto è possibile amare ed essere riamati, ma è possibile imparare ad amare sempre più e sempre meglio. L’amore infatti è una scuola permanente: non è un dono, non cade spontaneamente dal cielo, ma deve essere quotidianamente conquistato, perfezionato, cresciuto, accudito, fortificato. Impariamo poi a riconoscere l'amore vero, sano, autentico; a distinguerlo da quello, pur intrigante, ma falso: perché non sempre, e non tutto ciò che ci offrono come amore, effettivamente è amore! Amen.