venerdì 12 gennaio 2018

14 Gennaio 2018 – II Domenica del Tempo Ordinario


In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!» (Gv 1,35-42).

Il Vangelo di oggi ci descrive la vocazione dei primi due discepoli di Gesù. Di uno conosciamo il nome: è Andrea; l’altro dovrebbe essere proprio colui che descrive i particolari dell’incontro, Giovanni l’evangelista. Entrambi sono discepoli del Battista: ed è sufficiente che quest’ultimo, vedendo passare Gesù, dica: “Ecco l’agnello di Dio”, che i due, senza dire una parola, quasi attratti magneticamente dalla sua personalità, abbandonano il loro maestro e si mettono silenziosamente al seguito di Gesù. E in cuor loro sono felici, sono entusiasti di poter vivere questa inaspettata avventura.
Andrea corre poi dal fratello Simone e cerca di coinvolgerlo nel suo entusiasmo: “Abbiamo trovato il Messia!”, ma deve fare i conti con la sua diffidenza: Simone infatti non mostra né contentezza, né felicità, né interesse, né curiosità. Non per nulla Gesù, vistolo arrivare gli cambia subito il nome in “Cefa”, ossia in “Testa dura, testa di pietra”; uno insomma che al primo impatto era piuttosto “corazzato”, impenetrabile, sospettoso; ma una volta superata questa barriera, era in grado di raggiungere vette di pensiero, di amore e di intuizioni, assolutamente irraggiungibili dagli altri discepoli.
Cosa ci fa capire tutto questo? Che per seguire Gesù bisogna lasciarsi entusiasmare, bisogna lasciarsi prendere, bisogna appassionarsi. La sua chiamata riguarda il cuore non la mente. Rispondere alla sua chiamata, significa seguirlo senza compromessi, senza fare calcoli, spinti solo dalla forza del cuore, dai sentimenti, dalle emozioni.
È successo e succede così anche per noi? Siamo veramente gente appassionata? Gente entusiasta? Siamo felici di essere Chiesa? Viviamo con trasporto e partecipazione le liturgie di lode? Ci emozioniamo? Beh, dobbiamo riconoscere che a volte è piuttosto difficile vedere nei nostri volti energia, interesse, emozione, vitalità, entusiasmo: è più facile vedere persone che ogni tanto sbirciano l’orologio…
Dobbiamo invece capire l’importanza del farci coinvolgere emotivamente da Gesù: solo se noi dimostriamo il nostro entusiasmo, il nostro essere convinti, la nostra gioia, potremo compiere quello stesso ruolo di intermediari, descritto per i primi discepoli nel vangelo di oggi.
La vera evangelizzazione, la vera missione, avviene infatti per contagio: “Oh, sapessi chi ho incontrato!? Vieni anche tu!”. E noi lo seguiamo non per chissà quale motivo, ma perché sentiamo tutto il suo entusiasmo, la sua gioia, la sua energia: sentiamo cioè che quella esperienza gli ha fatto un gran bene. E siamo colpiti dalla sua “testimonianza”.
Perché allora non fidarci? Perché non provare? Perché non sperimentare anche noi? A volte invece preferiamo rispondere: “No, no, grazie, non fa per me!”. Ma se non abbiamo neppure provato! Non è vero che non fa per noi: è che abbiamo paura, è che temiamo di metterci in gioco, è che siamo già morti dentro!
Col battesimo, con i sacramenti della iniziazione cristiana, abbiamo espresso la nostra volontà di seguire la chiamata di Gesù. Poi, diventati adulti, Egli ci ha rivolto la grande domanda: “Che cosa cercate?” Attenzione, perché alla fine ognuno otterrà solo ciò che ha ardentemente cercato; ognuno cioè non avrà niente di più di ciò che ha desiderato. Se il nostro desiderio è la ricchezza, una volta raggiunta non avremo nient’altro; se il nostro desiderio e di mangiare e bere, una volta sazi, ci fermeremo lì. Il desiderio praticamente se da un lato è la nostra spinta iniziale, dall’altro è anche il nostro limite massimo raggiungibile. In genere l’uomo desidera soprattutto “cose” materiali: l'auto nuova, l’ultimo modello di telefono, un grosso conto in banca, un buon lavoro, una casa signorile. Ma queste cose non arrivano mai a soddisfarlo pienamente: raggiunto quell’obiettivo, egli continuerà ad essere insoddisfatto, continuerà a cercare ancora “cose” nuove.
Il vero desiderio, quello della Vita piena, è invece qualcosa di grande, un qualcosa di natura celestiale, che raggiunge l’uomo sulla terra per essere realizzato: il termine de-siderio, letteralmente infatti vuol dire: “disceso dal cielo”, “de-sidera”: un progetto di cui l’uomo si appassiona, un sogno che egli sente di dover realizzare, una vocazione speciale, una chiamata divina, un qualcosa insomma di vitale importanza, cui il suo cuore si innamora.
I due discepoli chiedono a Gesù: “Maestro, dove abiti?”. In greco: pù mèneis? significa meglio: “dove rimani?”. Sembra la stessa cosa, ma il significato è diverso. I discepoli chiedono: “Dove stai? Dove abiti?”, semplicemente perché sono ancora ad un livello di comprensione superficiale; pensano cioè ad un posto fisico, ad un luogo. Ma quel verbo (mèno: trovarsi, rimanere, essere) indica più che un luogo, una realtà incorporea ben più profonda: Giovanni infatti lo mette più volte in bocca a Gesù quando vuol esprimere un particolare legame spirituale: come per esempio quando parla del “rimanere in lui, del rimanere nel suo amore ecc…”(Gv 15,5-9). Un verbo dunque che allude ad un rimanere sostanzialmente diverso: che non si riferisce cioè ad un luogo ma ad un modo di vivere, un modo di essere.
Per cui quando i discepoli vogliono conoscere il luogo in cui Gesù “abita”, dimostrano di non aver capito che Egli abita, meglio che Egli “rimane”, dentro di loro, ed è lì che lo devono trovare.
Ecco allora che questo deve essere il nostro grande impegno nella vita: smettere di cercare fuori quello che invece va cercato dentro. Perché le persone che cercano solo fuori, pensano di trovare la felicità nelle cose esteriori: ma non funziona così. La felicità non sta nell’avere, nell’ottenere cose, nel possedere, ma nell’essere Qualcuno. La felicità cioè è quello stato d’animo che noi raggiungiamo quando viviamo in simbiosi con il Qualcuno che è dentro di noi. Un traguardo che dipende solo ed esclusivamente da noi! Per questo ai due che si aspettavano da Gesù una risposta circostanziata, un luogo materiale e riconoscibile in cui seguirlo, Egli dice: “Venite e vedrete”. Non dà cioè alcuna indicazione precisa: “Volete sapere dove abito? Venite e vedrete! Volete conoscermi meglio? Venite e capirete. Dipende solo da voi. Non ci sono altre possibilità.
“Venire”, “seguire” sono infatti verbi di movimento, sono verbi dinamici: Gesù cioè non invita nessuno a starsene seduti, a vivacchiare oziosamente, aspettando che il tempo passi: il suo è un invito perentorio a muoversi, ad uscire dalle nostre posizioni egoistiche, dalle nostre idee egocentriche, dalle nostre convinzioni bislacche; il suo è un ordine: “muoviti, guarda in alto, datti da fare!”.
Quante volte sarà capitato anche a noi di voler cambiare, di scuoterci dal nostro letargo, di cambiare, per poi non concludere assolutamente nulla. Purtroppo la nostra sequela è un “vorrei, ma non posso! Anzi “non voglio, sto bene così!”. Ci dimentichiamo troppo in fretta che seguire Gesù, significa muoversi, cambiare, evolvere, migliorare. Chi non vuol camminare, chi è pigro, chi preferisce starsene tranquillo, non arriverà mai a “vedere” a “conoscere” veramente Dio. “Vieni e vedi!”. Dio insomma ci chiama a fare il nostro percorso di vita.
Per questo abbiamo paura di Lui: perché ci coinvolge, ci butta nella mischia. È un fuoco che ci brucia dentro; uno che non accetta compromessi, che non tollera i nostri “distinguo”, le nostre astuzie mentali; a Lui non piacciono le mezze misure, non fa sconti a nessuno: o tutto, o niente!
Con lui dobbiamo mirare sempre al massimo, perché se ci accontentiamo del poco, non arriveremo neppure a quello. Dobbiamo insomma “vedere”, incontrarlo dove si trova, dobbiamo fare piena esperienza di Lui, dobbiamo calcare esattamente le sue orme, dobbiamo renderci conto di cosa Egli voglia da noi: non è ammesso fermarsi ai “mi pare” ai “si dice”. Ciascuno deve “verificare”, deve controllare personalmente. Ricordate l’esclamazione di Giobbe? “Io ti conoscevo per sentito dire, o Dio; ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Ecco: fare esperienza di Dio, vederlo, verificarlo, constatarlo, viverlo: è questo che fa la vera differenza in chi vuole essere discepolo.
Sapere tutto sull'amore è sicuramente una cosa buona; ma provare l’amore, vivere l'amore è tutt'altra cosa. Solo quando siamo stati innamorati, solo quando abbiamo vissuto gioie e dolori, sappiamo esattamente cosa vuol dire amare. Essere laureati in medicina o in psicologia, non ci rende automaticamente medici o psicologi. È l'esperienza, l'incarnarsi nel ruolo, il continuo provare, che ci fa capire cosa vuol dire essere medici o psicologi. È come aver studiato a memoria tutto il manuale della patente: ma se non guidiamo, se non proviamo, se non ci esercitiamo, non sapremo mai cosa voglia dire guidare un'auto.
Esperienza vuol dire letteralmente “uscire da sé (dal latino ex-per-ire) per viaggiare, andare, conoscere (ire) le cose della vita da tutti i lati (perì)”. Quello che in genere vediamo, quello che sappiamo, rappresenta soltanto un raggio di luce, non è mai il sole pieno! Un punto di vista, è la vista da un punto. Per questo dobbiamo muoverci, dobbiamo continuamente progredire, altrimenti non arriveremo mai a conoscere la grandezza, l’importanza della vita.
Ecco perché seguire il vangelo è difficile; ecco perché ci vuole coraggio.
Il vangelo non è rassicurante da questo punto di vista; non ci dirà mai che tutto andrà bene, che tutto sarà semplice”. Non è così. Dio è rassicurante non perché ci garantisce l’assenza di qualunque problema, ma perché ci assicura la sua presenza costante: “Non temere, non sei solo, Io sono con te qualunque cosa accada!”.
Certo, chi non vorrebbe una vita senza bufere, un viaggio senza pericoli, senza rischi. È per questo che cerchiamo di evitare il più possibile nuove esperienze, nuovi impegni, nuovi coinvolgimenti. Ma Dio, come ho detto, non promette questo, ma la possibilità di vivere con Lui una vita intensa, alla grande, una vita in cui dobbiamo esporci, in cui dobbiamo metterci in gioco, lottare senza sosta; una vita in cui sicuramente otterremo delle sconfitte, ma anche delle entusiasmanti vittorie. Gesù insomma non ci illude. Seguirlo comporta molti rischi.
Con lui è possibile che le cose non vadano come vorremmo: dovremo fare i conti anche con il male, con la sofferenza; tutto è possibile; ma è sempre e comunque una grande esperienza che merita di essere vissuta.
La vita è il dono più grande che Dio fa agli uomini: viverla intensamente, entusiasticamente, nel suo Amore, significa dimostrargli la nostra riconoscenza, riconsegnandola nelle sue mani, ricca di esperienze d’Amore: al contrario viverla nella dissolutezza, nella disonestà, sperperandola stupidamente, in maniera insulsa, è il più grave oltraggio nei suoi confronti. Amen.


giovedì 4 gennaio 2018

7 Gennaio 2018 – Battesimo del Signore


«In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc 1,7-11).

Marco inizia il suo vangelo presentandoci Giovanni Battista che, nel territorio posto in prossimità del Giordano, va predicando a tutti la necessità di sottomettersi al battesimo. Un battesimo piuttosto impegnativo il suo, un battesimo fondato sulla metànoia, sulla “conversione”, ossia su di un radicale cambiamento di mentalità e di valori. Un battesimo insomma che costituisce il segno, il simbolo, dell’avvenuta conversione. In pratica il Battista dice: “Io, con il battesimo, vi tolgo i peccati di un passato sbagliato, ma siete voi che dovete cambiare vita, cambiare mentalità, modo di pensare, altrimenti che voi veniate da me per un semplice lavaggio esteriore che senso ha? non serve assolutamente a nulla”. Il punto focale è infatti proprio questo: il battesimo di Giovanni poggia tutto sulla ferma volontà di non peccare oltre, di astenersi in futuro da ogni altra colpa.
Il Battista tuttavia conosce perfettamente i propri limiti e rilancia il suo messaggio in una prospettiva nuova: egli sta con le spalle volte al passato, ma con il dito puntato in avanti, indica l’arrivo imminente della nuova economia, quella dell’amore, della grazia, non del provvisorio lavaggio delle colpe, ma del loro totale e definitivo perdono.
È a questo punto che succede qualcosa di impensabile, di imbarazzante. Confuso tra la folla accorsa da Giovanni, gli compare improvvisamente lo stesso Gesù; e anche lui, come tutti gli altri, si mette in fila per farsi battezzare, per farsi “lavare” i peccati. Un fatto che mette in difficoltà i presenti e più tardi i primi discepoli della giovane Chiesa: “che bisogno aveva Gesù di “lavare le colpe”, di farsi togliere i peccati? Che voleva dimostrare con questo gesto? Che forse anche Lui aveva peccato? Impossibile! E allora perché ricorrere al battesimo di Giovanni?”.
Marco non si pone queste domande. È lapidario: “Accade in quei giorni che Gesù venne da Nazaret”. In quel verbo “accade” egli fonda tutta la spiegazione dei fatti. Egli intende dire cioè che nella persona di Gesù si concentra il compimento, la realizzazione, di tutte le promesse fatte da Dio nell'antica alleanza: non a caso Gesù ha lo stesso nome di Giosuè: di colui cioè che, come leggiamo nella Bibbia, ha condotto il popolo dalla schiavitù alla terra promessa; e qui Gesù, come Giosuè, conduce infatti tutti i popoli dalla schiavitù del peccato, alla terra promessa dell’amore e della libertà.
Marco dunque dice che Gesù si fa battezzare. All’inizio del suo ministero, cioè, Egli si presenta, in tutto solidale con gli uomini, in fila come tutti gli altri peccatori. Ma egli non confessa i suoi peccati, come tutti gli altri: Lui si fa battezzare soltanto per trasformare il battesimo di Giovanni, simbolo di morte, in un battesimo nuovo, simbolo di vita.
Giovanni fa immergere le persone perché “muoiano” al peccato, perché inizino una nuova vita, un passaggio dalla morte del peccato, alla vita della conversione: tutto ciò che c'è stato prima deve morire, deve venir estirpato, cancellato, eliminato. Ma Gesù non vive questo battesimo di morte. Lui vive un battesimo di resurrezione. Marco infatti fa notare questa differenza ricorrendo ad un verbo particolare: per dire che Gesù “esce” dalle acque del Giordano, usa anabàinon, che vuol dire “salire”, lo stesso verbo usato quando, dopo la resurrezione, dopo aver vinto la morte, Gesù “sale” finalmente in cielo. Stesso verbo, stesso significato.
Lo scopo del Battesimo di Gesù, quindi, non è tanto quello di affrancarsi dal peccato originale, di purificarsi dai peccati (che lui non aveva), quanto piuttosto, come ci dicono tutti i vangeli, nel far discendere sulla sua persona, e con Lui su ogni uomo, il dono dell’amore del Padre.
Marco infatti continua: “E subito salendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli”; letteralmente, vide i cieli “skizomènus”, squarciati, lacerati, aperti, rotti in modo irrecuperabile: l’allusione alla convinzione biblica sulla “chiusura” ermetica dei cieli, è chiara: fino ai tempi di Gesù si credeva infatti che Dio, indignato per i peccati del popolo, si fosse ritirato nella sua dimora celeste, sigillandone ogni varco. Dio non si concedeva più, non si comunicava più, al suo popolo. Non c'era più comunicazione fra Dio e gli uomini. I cieli, luogo della dimora di Dio, erano stati sbarrati per sempre. Per questo il profeta Isaia diceva: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi!”. Era la speranza, il desiderio, che Dio tornasse finalmente a comunicare con l'uomo, a rapportarsi ancora con lui, in un colloquio interminabile, eterno, senza l'interposizione di altre chiusure.
Ebbene: questa speranza si concretizza con il battesimo di Gesù: è qui, infatti, nel momento stesso in cui lui “sale” dalle acque, che i cieli si squarciano: Dio, in Gesù, attraverso Gesù, polverizza ogni diaframma e torna a comunicare con l'uomo, torna a donarsi all'uomo, e lo fa in maniera totale, radicale, definitiva. Marco non dice “i cieli si aprono”: perché come si sono aperti, potrebbero anche chiudersi nuovamente; egli usa un termine che richiama il senso di una deflagrazione. La differenza tra apertura e squarcio sta tutta qui: lo squarcio è un’apertura definitiva, violenta; da quel momento qualunque tentativo di chiusura sarà impossibile, il passaggio creato da uno squarcio è destinato a rimanere aperto per sempre. Ricordate? Marco usa questo stesso verbo “squarciare” quando descrive i fenomeni avvenuti al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due dall'alto in basso”: il velo enorme che nascondeva alla vista del popolo la presenza e la gloria di Dio, improvvisamente, si squarcia irreparabilmente, definitivamente. Il Dio velato, il Dio nascosto, si rivela definitivamente in Gesù, in Gesù crocifisso. È lui l'immagine visibile di Dio. È il Crocifisso, il segno dell'amore di Dio reso ormai visibile a tutti e per sempre; un segno che non potrà più nascondersi alla nostra vista, anche se lo rifiutiamo, anche se non lo vogliamo più, anche se lo umiliamo, se lo disprezziamo, se lo crocifiggiamo di nuovo. Dio, dopo Gesù, non potrà mai più ritirare il suo amore per l’umanità.
La spiegazione? È la discesa dello “Spirito”. Marco qui usa l’articolo: “to pneuma”: non uno spirito qualunque, ma “Lo Spirito”. L'articolo determinativo indica la totalità della forza e della vita di Dio: ed ora tutto questo è in Gesù. Cioè tutto lo Spirito è su Gesù.
Non una parte, tutto. Gesù è il possessore dell’intero “Spirito”. In Gesù si manifesta, non una parte di divinità, ma la pienezza della divinità: l’essenza della divinità.
Ecco perché analizzando il Battesimo di Gesù, è impossibile non rilevare lo stretto contatto che esiste con il racconto della sua morte: quando Gesù “muore” (Mc 15,37) si dice infatti che “spirò” (ek-pneuo). Gesù, nei vangeli, in realtà non muore mai: non si dice mai che Gesù muore, ma che emette lo spirito. È chiaro che Gesù è morto, ma usando questo termine gli evangelisti vogliono contemporaneamente dire che il suo Spirito non muore, non può morire; egli rimane vivo, è già risorto, lui vive già da allora e vivrà per sempre: lui non è mai morto. Sulla croce Gesù ha "reso", ha restituito lo Spirito al Padre. Cosa vuol dire? Vuol dire che lo Spirito che Gesù riceve qui durante il Battesimo, è quello stesso Spirito (pneuma) che egli emette alla sua “morte”, è quello Spirito che continuerà a vivere su tutti coloro che vivranno come Lui; quello stesso Spirito d’Amore che Egli donerà a tutti nella Pentecoste, lasciandolo in eredità alla sua Chiesa.
Poi Marco dice: “E ci fu una voce (phoné) dal cielo”. Anche prima di “emettere lo Spirito” sulla croce, Gesù dà un forte grido (phoné): “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?(Mc 15,34). È la voce dell'amore di Dio. Tutta la vita di Gesù è immersa nell'amore del Padre che lo sostiene, lo protegge e lo spinge a realizzare, a compiere, il suo progetto di salvezza.
Ed è quest'amore, questa voce di Dio, che fa sentire anche noi al sicuro, protetti, amati, sorretti. Noi abbiamo bisogno di un amore che ci ami al di là di tutto, un amore che ci sia sempre e in ogni caso; un amore che non venga mai meno per nessun motivo; un amore che sia impossibile perdere. Solo così, forti di questo amore, possiamo fare tutto.
Qualcuno potrebbe dire: “Ma io non lo sento questo Dio che parla!”. Certo, ma se non lo sentiamo, non è perché Lui non parla, ma perché noi siamo sordi. Non lo sentiamo, perché siamo distratti da mille altre voci, da altri frastuoni, dai tantissimi rumori che coprono la sua voce.
Poi, dobbiamo “volerlo” sentire. Cosa che non è automatica. Perché spesso abbiamo paura di sentire quello che potrebbe dirci; preferiamo non sentirlo, preferiamo fare i sordi, preferiamo calarci in tutti i rumori di questo mondo. E invece no. Dobbiamo al contrario creare intorno a noi il silenzio dell’ascolto! Dobbiamo cioè mettere a tacere tutte le altre voci. Vi ricordate Elia? “Dio non era nel vento impetuoso, non era nel terremoto, non era nel fuoco, ma era in una brezza leggera” (1Re 19,11-12). Dio non ama il frastuono da discoteca: Dio ama il silenzio, il raccoglimento, la calma interiore.
E concludo con due verità, entrambe consolanti: Dio ci ama di un amore incondizionato. E quando noi ci sentiamo amati, troviamo la forza per affrontare qualunque cosa. Quando ci sentiamo nell'amore di Dio, diventiamo assolutamente irresistibili.
L'amore umano, anche il più grande, il più bello, pone sempre delle condizioni: abbiamo imparato che per essere amati, dobbiamo sempre dare qualcosa in cambio. Ma Dio non è così. Dio non ci ama perché siamo bravi, perché sappiamo contraccambiare. Dio ci ama perché siamo “noi”. Quando in collegio, dovevamo andare a colloquio col Padre spirituale, avevamo imparato che bastava non raccontargli certe cose, e lo facevamo contento, evitando così di ricevere interminabili ramanzine e severe “penitenze”. Ma con Dio non è così.
A Lui possiamo raccontare veramente tutto, anche ciò di cui ci vergogniamo di più, anche ciò che ci fa più male, che ci ripugna di più, che ci fa veramente schifo. Lui ci ama sempre e comunque. Lui ci ama sempre e nonostante tutto: ci ama di un amore vero, sincero, gratuito: un amore che sgorga dal suo cuore e che si chiama “grazia”. Noi dobbiamo soltanto dirgli: “grazie, Padre nostro!”. Amen.