mercoledì 29 luglio 2015

2 Agosto 2015 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

«Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,24-35).

Domenica scorsa abbiamo letto il miracolo della moltiplicazione dei pani. Oggi il vangelo ci racconta quel che è successo subito dopo: la folla, entusiasta di Gesù, vuol farlo re: egli ha moltiplicato il cibo all’infinito, li ha sfamati tutti; é uno che fa miracoli, uno potente, uno che deve prendersi cura di loro; uno quindi che deve essere assolutamente il loro capo.
A questo punto Gesù scappa, ma la gente lo insegue, continua a cercarlo ovunque, e lo ritrova sull’altra sponda del lago: lo vogliono loro re ad ogni costo, vogliono avere assicurato ogni giorno il pane di farina.
Gesù questo l’ha capito bene, tant’è che li mette subito con le spalle al muro: “Voi mi cercate solo perché avete mangiato e vi siete saziati”; e aggiunge immediatamente: “Quello che dovete cercare però non è tanto il cibo materiale, ma il cibo spirituale, quello che non perisce, quello che dura per la vita eterna”.
In greco ci sono due modi per dire “vita”: il primo è “bios”, che è la vita fisica, biologica, quella che inizia e finisce; il secondo è “zoè”, che è la vita interiore, la vita spirituale, quella indistruttibile, senza fine, eterna. E qui Gesù usa proprio questo termine.
Ora, tutti sappiamo bene che se non mangiamo, se non nutriamo la nostra vita fisica (bios), moriamo. È una cosa naturale, ovvia. Ma ciò è altrettanto naturale e ovvio nei confronti della nostra vita interiore (la zoè): se non nutriamo anch’essa, moriamo. Semplice, elementare! Eppure, quanti di noi si preoccupano di nutrire la loro vita spirituale? Chi ci pensa a lei, a chi sta veramente a cuore questa nostra vita spirituale? Una prova? Se ci capita di chiedere alle persone: “Come va la vita?” tutte, indistintamente, ci risponderanno, alludendo esclusivamente a quella fisica: “Si tira a campare; si va avanti; finché c’è la salute!”. E si fermano qui. Per loro l’unica vita è questa. Dimostrano di ignorare di avere un’anima. Oppure lo sanno anche, ma temono di ammetterlo, poiché immediatamente emergerebbero doveri e problematiche nei suoi confronti.
Senza accorgercene ci succede esattamente quanto accadde alla formica e alla cicala nella famosissima favola di Esopo: ricordate? La formica lavora duramente tutta l’estate, mentre la cicala si riposa sull’albero, canta e si diverte senza far nulla. Arrivato l’inverno, la formica ha la dispensa piena, la cicala invece si ritrova senza nulla. Allora va dalla formica e le chiede qualcosa da mangiare. E la formica:“Io ho lavorato duramente tutta l’estate: tu che hai fatto?”; “Ho cantato e mi sono divertita” le risponde la cicala. “Ebbene – conclude la formica - continua anche ora a cantare e divertiti!”.
Noi ci lamentiamo con Dio, ci arrabbiamo con Lui, quando ad un certo punto della nostra vita, sembra che tutto vada a rotoli: cadiamo in depressione, siamo tristi, le nostre relazioni più belle improvvisamente finiscono, si rompono; ci sentiamo abbandonati da tutti e viviamo senza riuscire a dare un senso alla nostra vita. Invece di prendercela con gli altri, chiediamoci: “Cos’ho fatto in concreto fino ad ora?” Nulla, è chiaro: ci siamo cioè comportati come la famosa cicala: non abbiamo costruito nulla.
La vita altro non è che il risultato delle nostre scelte. Alla fine troviamo solo ciò che abbiamo costruito. Tutto ciò di cui non ci prendiamo cura, che non nutriamo, che non coltiviamo, muore, si secca, si perde. All’inizio c’era, poteva crescere, ma privo di ogni nostra cura, è morto.
Se siamo la causa, anche involontaria, della morte di una persona cara, ci disperiamo, lo riteniamo un fatto drammatico, una perdita incalcolabile: perché allora riteniamo meno drammatico far morire la nostra anima? Forse che è meno drammatico far morire la vita interiore che abbiamo? È meno drammatico non poter diventare ciò che avremmo potuto essere?
“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”.
L’importanza della vita soprannaturale! Ma di cosa si nutre l’anima? Di Dio: della sua conoscenza che ci cambia; della meraviglia, del silenzio, dello stupore di quando lo incontriamo; si nutre insomma di emozioni, di verità, di preghiera, di libertà, di autonomia, di amore, di generosità, di riconoscenza, di gratuità, di entusiasmo, di ardore, di valori, di fermezza, di cielo: in una parola di Dio.
Se non amiamo la nostra anima, se non la nutriamo, se non la usiamo, sicuramente la perderemo. Esattamente come ci succede se non alimentiamo i nostri ideali,le nostre passioni: finiremo per perdere il gusto della vita.
Poi, Gesù prosegue: “Credete in me, in colui che Dio ha mandato” (Gv 6,29).
Ma la fede dei discepoli continua ad essere insicura, non sono completamente convinti, hanno bisogno di ulteriori riscontri; per cui insistono: “Ma tu, quale segno ci dai per poterti credere?” (Gv 6,30).
Questo è il punto. Chi non crede, chiede segni, chiede miracoli, cerca all’esterno quello che non trova dentro di sé. Chi non crede, chiede qualcosa di straordinario che lo convinca a credere, anzi che lo costringa a credere: chiede cioè un segno talmente forte, di fronte al quale lui non possa fare altro che sottomettersi.
Ma non capisce che Dio non vuole dei sottomessi, non gli interessa gente che gli crede perché non può farne a meno; egli non ama le persone tappetino: vuole uomini liberi, che lo seguono non perché costretti da una legge o affascinati da un miracolo, ma perché lo amano, perché lo sentono vivo nel loro cuore.
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose loro: Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6,28-29).
Dio vuole che noi crediamo: è la fede che ci viene chiesta: la fede vera, quella mossa dall’amore, la fede che porta con sé le opere, la nostra conversione.
Quindi, niente segni sensazionali, niente giochi da baraccone: Egli non si esibisce su ordinazione. Se di miracoli parliamo, se di segni abbiamo bisogno, allora siamo noi che dobbiamo diventare dei “miracoli”, dei “segni”; e possiamo diventarlo con la nostra vita di convertiti.
Una vita che deve essere frutto di una scelta libera, di una volontà convinta.
Solo così posizioneremo nella sua giusta prospettiva la necessità di nutrimento, senza dover ricorrere, come gli antichi, a Mosè e alla sua manna. Il vero pane, quello che offre l’autentico nutrimento, quello che dona vigore e vita nuova alla nostra anima, è quello che Dio stesso ci fornisce: “Io sono quel pane”, dice Gesù (Gv 6,34-35).
Gesù è quindi il “nostro” pane. Ogni giorno noi abbiamo fame di lui, ogni giorno ne sentiamo un bisogno vitale, ogni giorno sentiamo la necessità di rimangiarlo. E Lui continua a venire ogni giorno da noi; la sua è un’offerta costante di amore, perché sa di questo nostro insaziabile bisogno di Lui. Egli ci rassicura sempre: “Eccomi, sono qui”. E ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia, e gli ripetiamo: “Ti aspettavo, ho bisogno di te!”, Lui, entrando nel nostro cuore, ci risponde dolcemente: “E io non vedevo l’ora di venire. Sono qui solo per te, per aiutarti, per amarti, per darti una mano; per guarirti, nutrirti, servirti, coccolarti, abbracciarti”.
Che c’è allora di più energetico di questo cibo, di più entusiasmante, di più divino?
E allora: per quanto ci sentiamo sporchi, indegni, falliti; per quanto ci sentiamo sopraffatti dai nostri errori, per quanto lo abbiamo rinnegato, non dobbiamo rinunciare ad accoglierlo in noi. Amen.

giovedì 23 luglio 2015

26 Luglio 2015 – XVII Domenica del Tempo Ordinario

«Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere» (Gv 6,1-15).

Oggi il vangelo ci presenta il miracolo della moltiplicazione dei pani: un fatto sconvolgente, enorme, che si è impresso profondamente nel cuore e nella mente della gente del tempo.
Ovviamente, per capire questo miracolo, dobbiamo tener presente alcune cose, perché in questo racconto convergono fatti diversi,accaduti in tempi diversi, con una grande quantità di insegnamenti.
Per esempio, è successo anche altre volte, nell’Antico Testamento, che un profeta abbia sfamato un gran numero di persone. Molto simile a quest’episodio è infatti la distribuzione di cibo fatta da Eliseo (I lettura) che ricalca il miracolo di Gesù. Eliseo ordina al suo servo di dar da mangiare a cento persone con due pani d’orzo e di farro. Nonostante le sue perplessità il servo obbedisce e la gente è sfamata, e ne avanza anche. Che vuol dire? Se Gesù con cinque pani e due pesci sfama cinquemila uomini (mentre Eliseo ne ha sfamati cento con due pani) allora Gesù è ben più potente di Eliseo (ed Eliseo era considerato uno dei più grandi profeti!). Nessuno cioè riesce a fare quel che fa Gesù. Lui è davvero il più grande di tutti!
Le parole del vangelo sono inoltre parole evocative e simboliche. Queste di oggi, in maniera particolare, sono parole fondamentali perché ci ricordano l’Ultima Cena di Gesù, il suo donarsi a noi fino in fondo.
In altre parole, Gesù continua a venire a noi oggi, domani, dopodomani, ogni giorno. Gesù stesso è un pane che ci nutre, ma è un pane che, a differenza di quello del mondo, della terra, non si esaurisce e non finisce mai. È infatti il pane del cielo. Gesù sfama e nutre sempre; Gesù c’è sempre.
Sempre a proposito del mangiare, c’è poi una cosa sconvolgente che Gesù fa, una cosa che è motivo di scandalo per le autorità: Egli cioè siede e mangia con i peccatori, con la gente malfamata, con i pubblicani.
Chi erano i peccatori? I peccatori erano coloro che avevano trasgredito l’Alleanza in maniera deliberata e che non si erano pentiti di averlo fatto. Oggi noi diremo i “cattivi cristiani”, quelli che “non sono in grazia”. E i pubblicani chi erano? Erano le persone che riscuotevano le tasse: un’attività che li etichettava automaticamente come ladri, come gente impura. Dire pubblicano ad una persona equivaleva a darle del “ladro”: una identificazione più che ovvia.
Ma non solo: Gesù ammette alla sua tavola anche le donne, le prostitute. Le prostitute del tempo lavoravano in piccoli bordelli (in genere tenuti da schiavi), erano anch’esse schiave, donne vendute dai genitori, donne ripudiate o vedove senza protettore. Si accostavano a feste e banchetti in cerca di clienti. Questa cosa era uno scandalo totale. “Ma come? Un uomo di Dio che mangia con questa gente? Che vergogna! Che schifo! E si proclama pure Figlio di Dio!?”.
Del resto se ti invito alla mia tavola e siedo con te, vuol dire che per te io nutro rispetto, fiducia, amicizia. Non si mangia con chiunque, non si va a tavola con i nemici e non si va in casa di chi non si sopporta. In tutte le società il pasto è un microcosmo, un’occasione privilegiata in cui si rinsaldano le relazioni e se ne creano di nuove. I ricchi mangiano con i ricchi; i poveri con i poveri; quelli famosi in certi locali elitari, gli altri in altri più comuni. Dimmi con chi mangi - potremmo dire - e ti dirò chi sei.
Gesù che fa invece? Si siede e mangia a tavola con tutti. La sua tavola è aperta a tutti: nessuno si deve sentire escluso, non occorre essere puri e non è neppure necessario lavarsi le mani. Sei peccatore? Vieni a tavola! Sei impuro? Vieni a mangiare! Sei fuori dalla religione? Siediti con noi!
Gesù stabilisce, nel gesto trasgressivo e provocatorio della tavola, la sua legge: “Misericordia io voglio e non sacrificio, giudizio o esclusione”.
Ebbene, tutto questo era impensabile per i “derelitti” per quanti sapevano di non meritare un simile trattamento, che non si aspettavano assolutamente un invito così esclusivo: “Dio vuole anche noi?”. “Sì, anche voi!”. “Ma noi siamo peccatori, siamo esclusi, siamo gentaglia, siamo impuri!”. “Non importa venite a mangiare anche voi! Dio vi ama lo stesso, anzi di più, perché ne avete più bisogno”. Questo chiaramente creava un’invidia e una rabbia incredibile nei “giusti”, nei “perfetti”, nei “buoni”, in quanti pensavano di essere i soli ad averne diritto!
Ma c’è di più. Gesù dice: “Guardate che Dio è proprio così. Dio non vuole un banchetto di brava gente; Dio vuole un banchetto dove ci siano tutti”. E quando parla del Regno di Dio spesso usa l’immagine delle nozze, di una gran festa e di un gran pranzo dove tutti sono presenti, anche gli storpi, gli zoppi, i ciechi e gli ultimi. Per questo le persone che si sentono discriminate, marchiate inesorabilmente dalla colpa, indegne di vivere, quando lasciano penetrare quest’annuncio fino al loro cuore, cambiano vita, ne sono contagiate, appassionate e non possono che seguirlo.
Gesù su questo è chiaro: tutti sono invitati a tavola. E anche noi, come Chiesa dobbiamo riflettere su questo; se la Chiesa esclude qualcuno, fa qualcosa che va contro l’insegnamento di Gesù. È questo il vero significato della moltiplicazione dei pani: Gesù si dà a tutti, indistintamente. Dio vuole essere Pane per tutti, il banchetto celeste è aperto a tutti: sta a noi, ai singoli, avere il buon senso di presentarci con la “veste nuziale”. Il suo amore è incondizionato per tutti: dimostrare di esserne degni non è una sua condizione, ma una nostra risposta d’amore.
In particolare, cosa vuol dirci questo vangelo? È pieno di insegnamenti: ad esempio che tutto inizia da un nulla; che tutto ciò che oggi è grande, un giorno è stato piccolo; che più condividiamo, più le cose si moltiplicano; che più ci mettiamo insieme e più i miracoli si avverano; che se ognuno fa la sua parte, l’impossibile diventa possibile; che dobbiamo fidarci di noi e della Vita.
Ecco allora il motivo per cui, mentre la società tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi dobbiamo unirci, metterci insieme, aiutarci, condividere, ciascuno offrendo ciò che può offrire. Un singolo bastone può essere spezzato; ma nessuno mai riuscirà a piegare e a spezzare un fascio di bastoni uniti saldamente tra loro: è così che possiamo compiere l’impossibile.
Se condividiamo le nostre risorse, se le mettiamo in circolo, possiamo compiere miracoli. La condivisione di idee genera moltiplicazione di soluzioni. La condivisione delle nostre capacità genera la moltiplicazione delle iniziative. La condivisione dei sentimenti genera la moltiplicazione dell’unione. Accettiamo ciò che siamo. Ma mettiamoci comunque a disposizione.
Sono poco, cinque pani e due pesci? Non importa; prendiamo quel poco e ringraziamo per quello che è. Se amiamo quel poco, accadrà il miracolo: raggiungerà improvvisamente una quantità incalcolabile. Cinque pani e due pesci sono veramente pochissimo, se guardiamo a noi, alle nostre possibilità, o se accampiamo scuse; sono moltissimo, se guardiamo a Lui e crediamo in Lui e in noi.
I presenti, vedendo che le ceste ricolme di pani e pesci non accennavano ad esaurirsi, che tutti potevano ripetutamente servirsi a volontà, mangiando anche oltre il necessario, avranno pensato sicuramente che Gesù fosse lì per sfamare la gente gratuitamente: finalmente con Lui la fame non sarebbe più stata un problema! Non capiscono invece che Gesù, con questo gesto, vuol far capire una cosa fondamentale: che davanti alle difficoltà, anche se non abbiamo le forze, anche se ci sentiamo inadatti, dobbiamo comunque metterci in gioco donando quel poco che abbiamo; perché quel poco, messo generosamente a disposizione, diventerà un miracolo di enorme condivisione.
Sembra facile ma non è. I discepoli stessi, non credevano nelle loro possibilità: di fronte a quella enorme folla, al nulla che avevano, all’ordine perentorio di Gesù, avranno pensato: “Ma Gesù, non scherzare! Che pretendi da noi?”. È il nostro identico pensiero. Quante volte capita anche a noi di non accettarci, di sentirci ridicoli con i nostri cinque miseri pani e due pesci, di fronte a cinquemila uomini! E allora iniziamo a defilarci dicendo: “Ci sono altri che possono farlo: io non ho il loro talento; non ho la loro forza; io non ho la loro volontà; non ho la loro simpatia, la loro cultura, la loro esperienza, la loro fantasia; io non ho il loro dinamismo; non ho le loro qualità”.
Invece di osare, di darci da fare col poco che abbiamo, perdiamo il nostro tempo a vedere cosa fanno gli altri, a confrontarci con loro. Ma il vero vincente, fa capire Gesù, non è colui che supera gli altri, ma colui che supera se stesso!
In altre parole dobbiamo prendere ciò che siamo, senza dire: “È tanto, è poco, è niente, non sono capace”; ma al contrario: “Io ho questo, sono questo: mi accetto e amo quel poco che ho”. E se metteremo con slancio a disposizione degli altri questo nostro poco, accadrà il miracolo.
È difficile accettarsi, è difficile prendersi sul serio, amarsi, credere ancora nelle nostre deboli forze, soprattutto dopo esperienze decisamente negative. Ma se non amiamo quel poco che siamo, non potremo mai “moltiplicarci”; e conseguentemente non ci sarà felicità, pienezza, intensità.
L’osservazione finale del vangelo, è propositiva al massimo: “con i pezzi avanzati dei cinque pani, raccolsero e riempirono due canestri”. Se abbiamo il coraggio di accettarci per quello che siamo, la nostra vita sarà decisamente sovrabbondante, ricca, piena. Se ci fidiamo di quel poco che siamo, scopriremo l’infinita ricchezza della nostra vita. E questo è già da solo un miracolo, perché per scoprirlo dobbiamo osare sul serio. Amen.
 
 

giovedì 16 luglio 2015

19 Luglio 2015 – XVI Domenica del Tempo Ordinario

«In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare» (Mc 6,30-34).

Abbiamo visto domenica scorsa che Gesù ha mandato i suoi discepoli in missione. Oggi gli apostoli ritornano e gli riferiscono tutto quello che hanno fatto e ciò che è successo. Gesù è l’inizio e il termine del loro viaggio. Sono partiti da Gesù, sono stati mandati da Lui, e adesso tornano a Lui. Lui è il loro centro. Lui è il loro riferimento. E tornano per verificare con Lui il loro operato, per condividerne i risultati, per esprimere la loro gioia per i successi raccolti.
Prima di tutto tornano per verificarsi. È fondamentale anche per noi verificarci, perché vuol dire fare verità. Ci si verifica non per darsi un giudizio - non serve a niente stabilire se si è bravi o no (bravi o no, per chi?) - ma per vedere se ciò che viviamo è proprio ciò che vogliamo, ciò che ci fa bene.
Nella vita è fondamentale lavorare, ma ogni tanto dobbiamo anche chiederci: “Mi sento realizzato nel mio lavoro? È il lavoro che fa per me?”. Noi siamo anche il nostro lavoro: un terzo della nostra giornata (otto ore) le passiamo lì. E se il nostro lavoro è qualcosa che odiamo o che non sopportiamo, un terzo della nostra vita è inutile, non realizzata.
È importante amare, donarsi, darsi e ricevere: ma ogni tanto ci dobbiamo chiedere: “Ma ciò che noi chiamiamo “amore” è proprio amore o è altro?”. Perché non basta dire (anzi è una buona giustificazione): “Io amo” e sentirsi poi a posto. Il nostro è amore o morboso attaccamento all’altro? Amiamo perché abbiamo paura di rimanere soli? Amiamo perché non riusciamo a star soli? Stiamo insieme ad una persona perché altrimenti la nostra vita non avrebbe senso?
È importante vivere, ma ogni tanto bisogna fermarsi e chiedersi: “Ma io sono davvero felice? Vivo veramente o sono morto? Oppure vivo per compiacere gli altri? Oppure vivo una vita che non è mia?”. Certo scoprire di essere insoddisfatti non è bello, anzi fa proprio male; ma non risolveremmo nulla mentendo a noi stessi, obbligandoci a vedere in positivo là dove di positivo non c’è proprio nulla.
Accontentarci, in questo caso, vuol dire accettare la tristezza di una vita che non ci piace ma che preferiamo tenerci per paura di cambiare, di metterci in gioco, di rischiare.
Quante persone sono insoddisfatte: vorrebbero la soluzione dal cielo, la soluzione magica. Ma ciò non esiste e poiché cambiare comporta dolore e responsabilità, preferiscono sacrificarsi, adattarsi, andare avanti così.
È importante pregare ma ogni tanto dobbiamo chiederci: “Ma la mia preghiera cos’è? È un automatismo di parole? È la lista della spesa, il pozzo dei desideri irrealizzati?”. E ancora: “Da dove nasce la mia preghiera? Dal cuore? Dalla mia paura? Dalla paura di Dio o dall’amore per Dio?”.
È importante stare insieme, fare gruppo, ma ogni tanto dobbiamo guardarci negli occhi e verificarci; dirci ciò che c’è fra noi, ciò che non va, ciò che dobbiamo affrontare, cambiare, quali sono le prossime sfide. Sono domande che dobbiamo farci. Certo non è sempre bello, non è sempre piacevole, perché a volte scopriamo cose che non vorremmo scoprire o vedere. Per questo molti non si fermano mai, non riflettono, non si pongono questioni profonde: così facendo si illudono che tutto vada bene o che non ci siano problemi.
Fare verità vuol dire vedere la verità che c’è da vedere: non importa quale sia. Soltanto guardano le cose come sono, possiamo cambiarle; soltanto non “dicendoci balle” possiamo affrontare le questioni.
Torniamo dunque da Gesù per verificarci, per controllare che la nostra strada non sia illusoria, aleatoria, per non dirci bugie o menzogne, ma perché il nostro cammino sia ancorato nella verità, in Dio.
Gesù è il nostro supervisore, il nostro maestro. Mettiamo il nostro agire sotto la sua luce così da poter vedere cosa ha funzionato e cosa c’è da cambiare, da modificare, da non rifare.
Poi, come secondo motivo, i discepoli tornano da Gesù per condividere. Il condividere con Gesù accresce l’unione fra noi e Lui.
L’unione tra due persone nasce dal raccontarsi, dall’aprirsi. Non è il sesso o il matrimonio che fanno due persone unite. L’unità nasce dall’intimità, dal potersi dare, raccontare, accogliere, dal poter entrare l’uno nel cuore dell’altro.
Lo sappiamo tutti: quando abbiamo fatto qualcosa, grande o piccola che sia, sentiamo il bisogno di raccontarla. Il raccontarla, il condividerla, ci fa sentire uniti, intimi, vicini, amici, nel cuore dell’altro e l’altro nel nostro cuore.
Il condividerla ci fa gustare e assaporare ancora di più il fatto se è bello: allora la nostra gioia non è più solamente nostra, ma è anche dell’altro. Il condividerla ce la fa alleggerire se è pesante o angosciante. Allora il nostro peso diventa più leggero perché l’abbiamo diviso con qualcun altro e non ci sentiamo più soli con il nostro bagaglio pesante.
La condivisione vera non è la cronaca di ciò che è successo: “Ho fatto questo, poi questo, poi quest’altro...”. La condivisione è quando riusciamo ad esprimerci i nostri sentimenti, i nostri vissuti, ciò che ci ha emozionato, che ci ha entusiasmato, che ci ha “mandato alle stelle” o ciò che ci ha mandato “in bestia”, ciò che ci ha rattristato, fatto male, deluso, ciò che ci ha fatto arrabbiare o sentire rifiutati. Condividere così vuol dire esporsi, mostrarsi, farsi vedere, essere vulnerabili: ma non c’è unione senza quest’apertura.
Molti parlano tanto (tante parole), ma condividono poco (poche emozioni). Molti ci parlano degli altri, ma pochi di loro stessi. Molti ci parlano solo di sciocchezze, di futilità, di chiacchiere o delle solite cose. È come se dicessero: “Non voglio entrare dentro a me stesso”.
Quando possiamo condividere, ci sentiamo accolti, sentiamo che dall’altra parte c’è qualcuno, che qualcuno ci ascolta, che ciò che viviamo non è stupido o insensato, perché c’è qualcuno a cui interessa e che lo ascolta volentieri. Allora abbiamo la sensazione che la nostra vita abbia motivo di esserci per qualcuno.
Infine, terzo motivo, i discepoli tornano da Gesù per esprimere la loro gioia e i loro successi.
Quando facciamo qualcosa veramente bene, o facciamo un incontro che ci riesce positivo, questo ci colpisce, ci aiuta, ne siamo contenti. Sappiamo che questa gioia passerà. Sappiamo che non dobbiamo attaccarci a queste cose. Sappiamo che se lavorassimo aspettandoci sempre dei ritorni positivi, l’approvazione, il successo, ne diventeremmo schiavi. Allora cerchiamo di rimanere liberi, di non “montarci la testa”. Per questo qualche delusione ogni tanto ci fa bene, perché ci aiuta a tenere i piedi per terra. Ma non temiamo di gioire se quello che facciamo ci riesce bene. Perché ci conferma che abbiamo un valore aggiunto, che valiamo qualcosa.
Quando riusciamo nel lavoro, godiamone. Quando abbiamo ultimato brillantemente un incarico di responsabilità, godiamone. Quando abbiamo sistemato la casa, ed è in perfetto ordine, godiamone. Quando scriviamo una poesia, un bell’articolo, dipingiamo un quadro o creiamo qualcosa, godiamone. Condividiamo la nostra gioia con qualcuno. Facciamola espandere, moltiplicarsi, contagiare altre persone, contagiare la vita intera. Perché questo ci porta a pensare con maggior riconoscenza a Lui.
Quando ci troviamo dentro ad un vicolo cieco, quando pensiamo di farla finita, quando pensiamo che vivere non abbia più senso, che sia meglio la morte della vita; e poi improvvisamente torniamo a vivere, a rivedere il cielo, allora una gioia irresistibile invade la nostra anima. Allora sappiamo per certo che Lui è più forte, che Lui c’è, che la Vita è davvero meravigliosa, e che dobbiamo viverla con Lui.
Quando, dopo un periodo di smarrimento, ritroviamo la fede, la fiducia in noi ed usciamo dalla depressione, dall’anoressia, da un invasamento di demoni (invidia, gelosia, paura, angoscia, attaccamenti, idoli), allora ci accorgiamo che Lui è la Forza e con Lui siamo imbattibili.
Quando, giorno dopo giorno, cresciamo e diventiamo maturi, profondi, liberi, radicati in profondità, larghi d’animo, attenti e liberi sulla realtà circostante, allora vediamo che Lui è il nostro compagno di viaggio.
Quando subiamo dei cambiamenti così radicali, così importanti da chiamare “morte” la vita di prima e “vita” quella di adesso, cambiamenti tali da essere sempre noi, ma non più noi, allora sentiamo che Lui è la Vita.
Quando vediamo semplicemente qualcosa di bello, sia esso il vento che ci accarezza o il sole che scende colorando il cielo, un sorriso o un gesto di bontà disinteressato, allora vediamo che Lui c’è.
Quando percepiamo che Lui si fida di noi, nonostante tutto, nonostante sappiamo bene chi siamo, nonostante conosciamo i nostri limiti, i nostri errori e i nostri orrori, allora vediamo che Lui è Fiducia.
Quando “vediamo” Dio, allora siamo davvero felici, quando vediamo il Dio della Vita, allora ci sentiamo davvero vivi.
Quando gli apostoli tornano sono “alle stelle”, entusiasti, raggianti. E cosa fa Gesù? Nella sua infinita saggezza non dice: “Andate ancora; visto che avete avuto successo, ritornate”, ma: “Adesso ci fermiamo e riposiamo”.
Gesù li invita a riposarsi, a non lasciarsi prendere dall’attivismo, dall’onnipotenza, dal credere che senza di loro il mondo non andrà avanti. Ricordiamocelo: quando moriremo il mondo continuerà ad andare avanti senza di noi esattamente come prima.
Se guardiamo alle esigenze e ai problemi del mondo, a ciò che dovremmo fare, se guardiamo alla gente che soffre, a tutti quelli che stanno male, allora ci prende un grande scoraggiamento. C’è troppo da fare, c’è troppo da lavorare, c’è troppo da sistemare, da riordinare. Il rischio, allora, è quello di disperderci, di non avere più tempo per noi, tempo per pregare, per mangiare, per ricaricarci.
È veramente difficile quando qualcuno ci chiama, rispondere di no.
Ma dobbiamo fare come Gesù ha fatto con gli apostoli: “Ferma! Stop! Calma! Un po’ di tempo anche per me!”.
Nel vangelo noi troviamo spesso che Gesù scappava, si sottraeva a tutti e andava in luoghi solitari dove nessuno poteva andarci. Perché lo faceva? Perché aveva coscienza dei suoi limiti, sapeva che aveva bisogno di pause, sapeva che doveva ricaricarsi, sapeva che doveva riconcentrarsi pregando il Padre.
Fondersi, distruggersi per gli altri non ha niente di eroico. Dice solo la nostra incapacità di vivere, a dir di “no”, di fare delle scelte, di darci delle priorità, di accettare di non poter controllare tutto e di non poter arrivare a tutto. Se “fondiamo”, se ci esauriamo perché ci siamo dati tutto agli altri è colpa nostra: dovevamo fermarci prima.
Dobbiamo imparare a saper rispettare i nostri limiti: abbiamo bisogno di dormire e di riposarci; di fare qualcosa di alternativo per noi: una passeggiata, uno sport, due chiacchiere, ridere, un po’ di silenzio, qualcosa di divertente, una meditazione, di rilassarci, di pregare, una vacanza, ecc.
Abbiamo bisogno di fermarci per gustare le cose della vita. Perché finché corriamo non gustiamo nulla. Abbiamo bisogno di fermarci e di guardare i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri amici e di stare con loro divertendoci, per sentire quanto essi siano importanti e quale benedizione siano nella nostra vita. Abbiamo bisogno di fermarci e di gustare nostro marito, nostra moglie, di assaporarli, di dirci le nostre emozioni, di gustare la gioia dell’amore e dell’incontro. Abbiamo bisogno di dire a tutti: “Fermi, questa sera no! Devo stare con la mia famiglia, con i miei cari”. Abbiamo bisogno di dire: “Sono super stressato, ho bisogno di “natura”, di silenzio, di tempo per me”.
Perché la vita non è fatta solo per lavorare, ma per essere vissuta, per essere gustata, altrimenti non sarebbe più la “vita” che Dio ci ha donato. Amen.

giovedì 9 luglio 2015

12 Luglio 2015 – XV Domenica del Tempo Ordinario

Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri (Mc 6, 7-13).

Oggi il vangelo ci offre l’opportunità di fare alcune considerazioni sui discepoli che seguivano Gesù e sul nostro “discepolato” di oggi.
C’è da dire prima di tutto che di tutti quelli che seguivano Gesù, non tutti si sono rivelati un esempio costante di fedeltà: alcuni lo tradiranno, alcuni lo abbandoneranno, alcuni lo rifiuteranno; altri avranno momenti di crisi profonda e di sbandamento: ma quello che conta è che furono proprio quei discepoli che, presi dalla passione per questo uomo che aveva rivoluzionato la loro vita, si lasceranno catturare, imprigionare, martirizzare.
Quindi non dobbiamo farci condizionare dall’idea che fossero la “perfezione” in assoluto: no, al contrario; faticarono a credere, sbagliarono, dubitarono, né più né meno come succede a noi.
Ma allora perché questa gente seguiva Gesù? Ripeto: come noi. Alcuni spinti dalla curiosità, altri dal dolore e dal rimorso di aver sperperato una vita, altri ancora assetati dell’amore di un Uomo giusto e misericordioso.
Per la cronaca: alcuni lo seguivano, ma senza abbandonare le loro case, il loro lavoro: gli offrivano aiuto e ospitalità quand’era in zona. Altri erano sempre con lui, lo accompagnavano ovunque, nella sua vita itinerante.
Erano persone, uomini e donne, che appartenevano agli strati sociali più poveri; gente semplice, ignorante, contadini, pescatori; gente senza rilievo sociale, donne e mendicanti. In genere, quasi tutti, lontani dalle regole dell’Alleanza; erano cioè gente impura, gente che non rispettava le regole religiose del tempo, erano eretici, erano insomma i “lontani”.
Gesù li vede come “pecore senza pastore” e dice: “Voi che nessuno vi vuole, venite da me!”. Gesù non accoglieva i puri e i santi: accoglieva quelli che nessuno voleva, quelli già giudicati, quelli non in regola, quelli impuri, quelli esclusi, gli ultimi della società.
Un particolare, questo, che dovrebbe farci meditare seriamente: noi che ci sentiamo più vicini, che ci riteniamo la parte più attiva, quelli che “noi siamo la Chiesa!”, non dobbiamo assolutamente pensare di essere l’elite, la casta della brava gente, di quelli puri e santi, di quelli totalmente “ripieni” di Spirito Santo; la Chiesa è solo la famiglia di quelli che soffrono, di quelli che nessuno vuole, degli umili, di quelli che in essa trovano rifugio, sostegno nel cammino, conforto, accoglienza e amore.
Ebbene: è esattamente tra questa moltitudine al suo seguito, che Gesù ad un certo momento sceglie i Dodici: sono quasi tutti galilei, persone semplici, a volte perfino poco colte; non vi sono comunque scribi e non vi sono sacerdoti tra loro. Alcuni come Giacomo e Giovanni appartengono ad un livello sociale più alto (avevano barca e garzoni) altri, invece, come Pietro e Andrea sono pescatori poveri, avevano cioè solo una rete con cui pescavano vicini alla costa quel poco per sfamarsi. Alcuni erano sposati (Pietro), altri no; alcuni avevano abbandonato la famiglia, altri lo seguivano con la madre o qualcuno dei loro famigliari.
Cosa ci fa capire tutto questo? Che Gesù non ha categorie sociali preferite o speciali: né ricchi né poveri, né acculturati né ignoranti, né di destra né di sinistra. Gesù sceglie: e possono seguirlo, solo persone disponibili, aperte nel cuore, persone che si lasciano mettere in gioco, che sono pronte a lasciarsi sconvolgere completamente la vita.
È per questo che coloro che vivono in contesti fortemente strutturati, nelle case del potere, fanno e faranno sempre fatica a seguire “fedelmente” Gesù. Anche solo iniziare a seguirlo. Ecco perché non vi sono personaggi del potere religioso o politico che lo seguono. Perché una volta entrati nel “sistema”, è il sistema che ti dirige, che decide per te, che dice cosa devi scegliere e cosa no, cosa imporre ai tuoi cittadini elettori e cosa no: inutile che tu ti professi cattolico per accaparrarti consensi: poi sarai sempre un burattino in mano ai burattinai del potere occulto!
Gesù è radicale. Non si può seguirlo solo un po’: o lo segui tutto o niente. Gesù è un’esperienza totale, che rovescia tutti i piani della nostra esistenza. Per questo i “ricchi” di idee, di tradizioni secolari o familiari, di ambizioni, di soldi, di consuetudini, non possono seguirlo. Perché lui viene e spazza via tutto ciò che non c’entra con lui.
Ma perché Dodici? A cosa si riferiva il numero dodici? Dodici erano le tribù di Israele prima delle deportazioni (721 a.C. quella degli Assiri, 587 a.C. quella dei Babilonesi); forse che Gesù vuole costruire un nuovo Israele, un nuovo popolo, un nuovo regno? Certamente.
Tutti gli ebrei aspettavano infatti la restaurazione del regno politico di Davide e di Salomone: ma sotto questo profilo, con Gesù, la delusione fu veramente grande. Il “regno” di Gesù non è politico, non è materiale. Gesù pensa solo ad un regno del cuore e dell’anima, dove le persone guariscono e si liberano dai loro nemici interiori.
Questo è l’autentico regno di Dio: e sarà sempre così; un regno che non è fuori di noi, ma dentro di noi. La “grande liberazione” deve avvenire in noi. Siamo noi che dobbiamo liberarci dai nostri demoni, dai nostri tiranni, dai nostri nemici interni, per poterlo seguire. Chi non vuole guardarsi dentro, chi non vuole conoscersi nel profondo, chi non vuole incontrare gli abitanti scomodi del proprio cuore, non potrà mai seguire il Gesù del Vangelo.
Ma, in concreto, cosa chiedeva Gesù a chi lo seguiva?
Due cose: la prima, di lasciare la “propria casa”, cioè ogni possibile legame precedente, ogni attaccamento. Per questo nessuno dei suoi familiari lo seguì. I suoi paesani lo rifiutarono. I suoi parenti tentarono di prenderlo, per impedirgli di parlare e di agire, facendolo passare per “pazzo”; per questo se ne dovette fuggire dal suo paese e trasferirsi sulle rive del lago di Galilea, a Cafarnao.
La casa (e a quel tempo molto più di oggi) era soprattutto il rifugio affettivo: rompere con quelli di casa era una gravissima offesa per la famiglia, un disonore per tutti. Ma Gesù chiede proprio questo: di lasciare la casa fisica e la casa mentale (i modelli, le idee, le credenze della famiglia, le loro tradizioni). Gesù stesso dice di sé: “Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo i nidi, ma quest’uomo non ha dove posare capo” (Lc 9,58). La terra, la barca, era il mezzo di sussistenza per vivere, la cosa più ambita e ricercata: Gesù chiede di lasciarla.
E Gesù sa bene cosa accadrà: “Non pensiate che io sia venuto a portare pace sulla terra, bensì la spada. Sì, sono venuto a mettere il padre contro il figlio e il figlio contro il padre, la madre contro la figlia e la figlia contro la madre, la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera” (Lc 12,51-53). Cioè: per Gesù la famiglia non è la cosa più importante, anzi può essere ingombrante. Vi è qualcosa di più importante: il regno di Dio, “chi non odia suo padre e sua madre, suo figlio e sua figlia, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).
Se l’approvazione dei genitori, del capo, dei nostri compagni di cammino, delle persone che amiamo è più importante della nostra libertà interiore, della verità che cerchiamo, del seguire la nostra vocazione, allora non possiamo seguire Gesù.
Gesù lo dice chiaramente: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto al regno di Dio” (Lc 9,62). Se vogliamo seguire il nostro cammino non possiamo seguire anche quello di altri. Prepariamoci quindi a deluderli, ad essere rifiutati, perché ai loro occhi non seguiamo le loro aspettative.
Per Gesù, il primo valore è “la coscienza”, il Dio dentro di noi, il seguire la nostra strada: e questo viene prima di tutto, della famiglia, delle regole religiose, di ogni autorità.
Gesù è un sovversivo per ogni tipo di “istituzione” perché vuole che i suoi discepoli siano liberi, che non debbano rendere conto a nessuno se non a Dio, che non si inchinino a nessuno se non a Dio. Siamo liberi, viviamo da uomini liberi. Inchiniamoci solo a Dio, a nessun altro.
La nuova casa non è più il legame di sangue, di parentela, ma di cuore e di anima: “Questi sono mio padre, mia madre, mia sorella e mio fratello: chi compie la volontà di Dio” (3,35), non già quelli che dicevano di cercarlo, quelli che erano venuti soltanto per trovarlo.
Il secondo valore è “la decisione”: quando Gesù chiama, chiama. Non dà spiegazioni sul perché chiama e non informa su cosa accadrà o sul dove andrà. Dice soltanto una parola: “Seguimi!”. Cioè: c’è qualcosa di Lui che ti attrae, che “ti prende”, che ti attira, che ti fa innamorare? Seguila, senza far domande, senza chiedere assicurazioni, previsioni o garanzie sul futuro.
I discepoli di Gesù non lo seguivano per motivazioni logiche o teologiche: ma semplicemente per passione. I discepoli erano degli innamorati perché solo gli innamorati o i pazzi potevano operare scelte simili a quella loro.
Ma con Gesù avevano imparato un altro modo di vivere: Lui era tenero con i piccoli e i derelitti; Lui si emozionava di fronte alle sventure e alle sofferenze degli ammalati; Lui non aveva paura di toccare i lebbrosi e le donne, Lui non aveva paura di abbracciarli; Lui era tenace e irremovibile quando c’era da difendere la dignità delle persone; Lui accettava tutti alla sua tavola (simbolo dell’ospitalità del suo cuore) e non aveva pregiudizi di nessun tipo; Lui era appassionato della verità, se ne infischiava delle regole stupide o disumane e se c’era da trasgredirle lo faceva senza tanti sensi di colpa; Lui piangeva, gioiva, si stupiva di fronte agli uccelli del cielo e ai gigli del campo; Lui credeva nella forza delle persone e se queste gli credevano, guarivano; Lui amava per davvero e non a parole; Lui si schierava e non temeva di prendere posizione quando c’era da farlo; Lui sì che viveva. Ebbene: tutto questo è rinchiuso in un’unica parola: “eu-anghelion”, “la buona notizia”, il Vangelo.
Gesù voleva che i discepoli vivessero così, da innamorati, da infuocati, bruciando d’amore e di vita. E, in effetti, noi seguiamo Gesù perché ci fa vivere davvero, perché ci fa più liberi, perché ci fa affrontare e vincere le nostre paure, ci fa emozionare, ci fa sentire veramente noi stessi, dà senso alla nostra vita.
Se invece, convinti di seguire Gesù, ci accorgiamo di essere più acidi, più cupi, più rigidi, più aggressivi, più scontenti, più chiusi, più intolleranti, più paurosi, fermiamoci un istante, e chiediamoci chi stiamo realmente seguendo: perché di certo, con quei risultati, non stiamo seguendo il Gesù del Vangelo!
Poi Gesù li invia. Prima hanno visto, hanno imparato, ora devono andare (6,7).
Gesù pensa ai suoi discepoli come a dei “pescatori di uomini” (1,17): gli uomini, pieni di paura, in balia dell’odio, della rabbia, della violenza, dell’ignoranza, degli attacchi del nemico, sono come dei pesci che, annaspando in poca acqua limacciosa, devono essere pescati, immessi nelle fresche acque della Salvezza e, al sicuro dai pericoli e dalle deformazioni del male, possano ritrovare il loro vero Volto.
Il vangelo è chiarissimo: Gesù “salvatore e guaritore” manda i suoi discepoli esclusivamente per questo. Egli stesso fa questo.
E allora una domanda nasce spontanea: la chiesa oggi è guaritrice come Cristo? La chiesa è balsamo per i cuori feriti degli uomini? Sa liberare gli uomini dalle loro paure limacciose? Sa guarirli dai demoni interiori? La chiesa è nata solo per questo: se perde di vista l’unico motivo per cui Lui l’ha voluta, non è più chiesa di Gesù Cristo!
Gesù nelle sue catechesi dà delle istruzioni che ovviamente non vanno colte alla lettera: ma è il loro spirito che va colto; è quello che Gesù vuole trasmettere che va capito: le sue sono istruzioni categoriche, istruzioni che indicano uno stile diverso, nuovo, provocatorio; uno stile “altro” rispetto a quello del mondo. Non pane, non bisaccia, non denaro, nulla per il viaggio; solo i sandali e la tunica che portano addosso: che “tradotto” significa: “i miei discepoli, i miei vescovi, cardinali, preti, monaci, frati, non devono essere “autosufficienti” (stipendio, vettura, capi “firmati”, l’ultimo iphon, residenze faraoniche), ma devono vivere accettando la carità e l’accoglienza della gente.
Gesù voleva che al centro di tutto ci fosse l’accoglienza: non solo accogliere i bisognosi, ma anche essere accolti, essere poveri, dipendere dagli altri, essere vulnerabili, essere cioè dalla parte opposta di chi vive lo stile del mondo. Perché solo quando siamo dall’altra parte capiamo, sappiamo, conosciamo, comprendiamo meglio, le cose e le persone; il medico che è stato ammalato può capire molto meglio i suoi pazienti; così lo psicologo che ha bisogno d’aiuto, può capire a fondo chi va a farsi aiutare da lui.
Niente bastone (6,8): si devono distinguere come persone di pace, non violente, non aggressive. Il Vangelo non è imposizione, è solo una proposta di pace: “Se vuoi, tu puoi vivere così. Ti va?”.
Perché Gesù li manda due a due (6,7)? Per due motivi: sia perché in due potevano aiutarsi a vicenda, sia perché un annuncio fatto da due inviati è più credibile (in tribunale veniva accettata solo la versione confermata da due testimoni).
Inoltre: non devono fare nient’altro se non annunciare il regno di Dio con le parole (predicazione) e con i fatti (guarigioni). Se non vengono accolti, nessuna paura: non ne facciano una questione personale. “Scuotere la polvere di sotto i piedi” (6,11) era quello che facevano gli ebrei quando abbandonavano una regione considerata impura. Non è un giudizio ma una presa di coscienza della realtà: “Non avete voluto? È la vostra scelta, ne prendiamo atto. Punto. Sarete voi ad assumervi le responsabilità e le conseguenze del vostro no”.
Concludendo: Gesù in pratica pone ai suoi discepoli tre domande: “Sei disposto a lasciare tutto? Sei disposto a giocarti del tutto? Sei disposto a diventare libero?”.
Ebbene: le domande di allora sono anche le domande di oggi: “Volete seguirmi?”. Non è questione di essere migliori, di andare in paradiso, di essere bravi. È questione di provare, sentire, sperimentare, e poi seguire, un nuovo stile di vita. È una possibilità, una proposta.
Noi, quella che viviamo, la chiamiamo “vita”: in realtà è “prigione”, illusione, contrarietà. Gesù ci fa vedere cos’è invece la “Vita”, quella vera, reale: una Vita che noi possiamo ottenere a condizione che, in partenza, “accettiamo” di riconoscere che quella attuale altro non è che una “prigione” lontana da Lui. Amen.
 
 

giovedì 2 luglio 2015

5 Luglio 2015 – XIV Domenica del Tempo Ordinario

«In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria? (Mc 6,1-6).

Gesù, durante il suo lungo peregrinare, si ferma anche nella sua cittadina natale. E qui il vangelo ci offre un piccolo spaccato di vita paesana: non che Egli faccia per i suoi concittadini qualcosa di straordinario, anzi si comporta esattamente come ha sempre fatto altrove: guarisce gli ammalati e, di sabato, predica nella sinagoga. Anche i suoi lo ascoltano e,come tutti, rimangono stupiti, meravigliati: percepiscono cioè che in lui c’è qualcosa di grande, risveglia in loro particolari emozioni, tocca le corde più sensibili della loro anima. Ma, nonostante ciò, ritengono quello che fa e dice troppo alto, troppo impegnativo, troppo forte, troppo dirompente, decisamente nuovo, non adatto a loro. I suoi concittadini sono diffidenti, hanno le loro idee, hanno le loro tradizioni, hanno i loro schemi. Lui al contrario dice cose mai sentite, cose “pericolose”, mette in gioco il loro credo, scopre le loro debolezze, li destabilizza.
Del resto, qui come altrove, Gesù agisce e parla senza preoccuparsi se, ciò che fa e dice, possa urtare qualcuno. In realtà urta molta gente: dice infatti ai farisei che la loro religione è tutta falsità; ai nobili sadducei che dietro la loro religione ci sono solo interessi di potere; definisce apertamente stupide e prive di vita tante loro pratiche religiose: e lo dice apertamente in faccia a quelli che le avevano introdotte e che le imponevano agli altri!
È naturale che queste persone si sentano chiamate in causa, toccate sul vivo, interpellate in prima persona, e quindi entrino in crisi isterica. E hanno due possibilità: o ascoltare umilmente Gesù, dandogli retta, e rivedere completamente il loro stile di vita, o attaccarlo frontalmente facendolo passare per matto, mettendo in giro voci maligne su di lui e, se non bastasse, addirittura sopprimerlo. Cosa che poi cercheranno di fare.
Nel loro caso specifico, poi, c’è un’ulteriore aggravante. Finché Gesù predica in giro per la Palestina, la gente non lo conosce, non sa chi sia né da dove venga; ma qui i suoi paesani lo conoscono bene! Conoscono la sua famiglia, le sue origini, si ricordano di quando era ragazzino! “Ha studiato qui con noi, mica è laureato, non ha mica titoli di studio, come può dire queste cose? Ora arriva lui e stravolge la nostra vita, le nostre tradizioni. Abbiamo sempre creduto e fatto così, perché ora dovremmo cambiare? Solo perché lui ha queste idee strane? Ma è uno di noi, chi si crede di essere? Non è il carpentiere, il figlio di... e le sue sorelle...Cosa può uscire di buono da una tale famiglia?”.
Hanno quindi già deciso per principio: non vogliono credere. Non possono credere che Dio si renda visibile in uno di loro, uno che conoscono: sarebbe troppo. Hanno deciso che lui al massimo può essere soltanto uno come loro, quello che conoscono da sempre. Perché per certe persone, per quanto uno faccia, continuerà ad essere sempre lo stesso: lo etichettano in un certo modo, lo definiscono in maniera rigida, e da lì non schiodano.
Il loro dramma è che lo conoscono già, o pensano di conoscerlo!, e pertanto si sentono autorizzati a classificarlo, a vederlo non più per quello che è, per quello che è diventato, ma per quello che era. Cambiare la propria opinione infatti è uno dei cambiamenti più difficili, comporta la dura difficoltà di ricredersi, di ammettere i propri errori, di abbandonare le vecchie posizioni.
È assurdo, ma noi giudichiamo quasi sempre le persone non per quello che sono, ma in base ai loro ruoli, a quello che erano dieci anni prima, ai loro genitori e alla loro famiglia, alla nostra conoscenza precedente, ecc.
E così gli abitanti di Nazareth rifiutano Dio perché Gesù – dicono loro – lo conoscono bene.
Ma conoscevano Gesù, o la sua immagine lontana, passata, la sua etichetta? E noi, conosciamo il Dio vero o l’idea che ci siamo fatti di Lui (etichetta)? Conosciamo i nostri famigliari o l’idea che abbiamo dei nostri famigliari? Una delle nostre frequenti espressioni è: “Come ti conosce tua madre, nessun altro può conoscerti!”. E in un certo senso è vero, perché una madre conosce sicuramente il proprio figlio meglio di chiunque altro; ma dette da noi, in un certo modo, sono parole che diventano spesso un giudizio feroce. Come pure: “Lo sapevo che finiva così, ti conosco bene”. Che equivale a: “Ti conosco, so come sei; non mi sorprende quindi se non riesci a fare nulla di buono”. E non ci rendiamo conto che la realtà, le persone, la vita, sono molto diverse, ben più grandi dei nostri giudizi e delle nostre etichette.
Il giudizio ha origini molto lontane nella vita: il bambino divide subito la realtà in buona e cattiva. “Buona” è ciò che non è un pericolo per lui, ciò che non gli fa male, ciò che può controllare; “cattiva” è la realtà pericolosa, che lo fa piangere, che non può gestire. Poi, l’educazione spiega: “Sei buono quando... sei cattivo quando...; ci piaci se... non ci piaci se...; ti vogliamo bene se... non ti vogliamo bene se...”; quindi già nei primi anni di vita ci è stato insegnato a giudicare, a dividere la realtà che ci riguarda: c’è una realtà buona, da tenere, e ce n’è un’altra cattiva da eliminare, da non seguire, da sopprimere.
Comunque, niente nell’uomo è in sé buono o cattivo: semplicemente esiste. Sono invece i suoi comportamenti, le sue azioni, che lo rendono buono o cattivo: quando però noi diciamo a qualcuno: “Sei cattivo... sei un delinquente... sei un mascalzone... ” giudichiamo lui, la persona, non il suo comportamento. Gli diciamo che è lui che non va bene, che in lui c’è qualcosa che non va, che deve essere eliminato.
Il giudizio pertanto spezza, divide, distrugge le persone (in greco “krino”, giudicare, vuol dire proprio “dividere”). Giudicare poi, è il nostro tentativo di controllare, di possedere la realtà perché ci fa paura. Quando una persona giudica molto, vuol dire che ha molta paura. Tenta per questo di fissare delle etichette, dei ragionamenti, che le semplifichino la realtà,che gliela classifichino. Ogni giudizio presenta sempre delle ambiguità, è un’impresa difficile.
Giudicare è come voler far passare tutta l’acqua del mare attraverso il tubo del lavandino.
Leggendo il Vangelo ci colpisce il fatto che, incontrando Gesù, alcune persone si lascino trasformare, ne escano completamente cambiate, rinnovate, insomma non siano più loro; al contrario ce ne siano altre, ancorate nei loro giudizi e nei loro schemi, che non si scompongono, che non vengano neppure sfiorate da Lui. Tanto che Gesù ad un certo punto dirà: “Morirete nei vostri peccati”, morirete cioè attaccati ai vostri giudizi. Pertanto, se da un lato molti effettivamente rimanevano del tutto indifferenti, anzi infastiditi, completamente estranei, dall’altro c’era la stragrande maggioranza che vedeva chiaramente in Lui la presenza di Dio.
Avevano fede in Lui: e ciò che è decisivo anche per noi, per la nostra vita cristiana, è appunto la fede. La fede è infatti la capacità di poter vedere, riconoscere, percepire che Lui vive, agisce, si manifesta nella nostra vita. Dio non può operare nulla se noi non lo riconosciamo. Dio rimane assente da noi, se noi non lo vogliamo, se noi lo consideriamo assente. Se non ci apriamo alla fede, nulla ci sarà possibile e la nostra vita sarà un continuo tormento, un continuo errare senza meta.
La fede non è capire: la fede è incontrare Lui vivo, è sperimentarlo. Ma se non vogliamo lasciarci coinvolgere, se non vogliamo tirarci dentro, se non vogliamo cambiare, neppure Dio potrà farlo al posto nostro. Ora, è molto difficile per noi accettare e condividere questo principio: perché in teoria, a parole, tutti vogliamo Dio, tutti lo amiamo, tutti diciamo di volerlo accogliere. Altra cosa è invece dare la nostra attiva collaborazione all’azione divina, offrire responsabilmente la nostra partecipazione; ci è particolarmente difficile, infatti, capire che Dio ci salva solo se noi lo vogliamo; che Dio ci ama solo se noi ci apriamo; che Dio ci cambia solo se noi glielo permettiamo; che Dio ci porta al centro della Vita solo se noi camminiamo con Lui. Dio, senza il nostro apporto personale, non può far nulla per noi.
Il vangelo poi dice che “si scandalizzavano di lui”. Il verbo è molto forte; indica l’indignazione verso Gesù. Non riescono ad accettare che uno di loro, uno che conoscono bene, sia diverso,sia migliore, sia più alto. In quel verbo c’è tutto il rifiuto, l’odio, lo sdegno, la rabbia, il disprezzo per Gesù.
La sua storia è la storia di un uomo che da alcuni fu amato alla follia, tanto che per lui, lasciarono tutto e lo seguirono; da altri, invece, fu talmente odiato da arrivare ad ucciderlo.
Gesù non è mai indifferente o tiepido: o lo si ama o lo si odia; o ci entra dentro o rimane fuori.
La storia di Gesù è la storia di un uomo accettato e amato moltissimo; ma è anche la storia di un uomo altrettanto odiato e soprattutto rifiutato.
Brutta cosa rifiutare gli altri “per principio”, “a prescindere”. Perché scatena odio, lotte, conflitti. Vivere nel rifiuto sistematico è sintomatologia di una grave malattia, di una avanzata antropofobia. Ma è sintomo di malessere interiore anche il godere del rifiuto altrui nei nostri confronti. Ci sono persone che sono felici nel sentirsi rifiutate, persone masochiste che fanno del vittimismo uno stile di vita: più sono avversate, osteggiate, perseguitate, più sono felici, perché convinte di essere sante: “Guarda come soffro, guarda quanto è crudele il mondo nei miei confronti. Per fortuna Dio è con me”. Altri sintomi, ma altrettanto dannosi.
Il rifiuto deve essere invece propositivo, deve farci pensare: deve essere motivo di ascesi, di crescita interiore, perché talvolta proprio di fronte al rifiuto emerge la bontà, l’autenticità, la verità delle nostre scelte. È il banco di prova della nostra fede: “Quanto ci credi? Quanto lo vuoi?”. Se di fronte al primo rifiuto abbandoniamo subito i nostri propositi, dimostriamo quanto le nostre convinzioni fossero labili e superficiali. Progetti semplicemente costruiti sulla sabbia.
Ben venga allora l’ostilità, il rifiuto, per capire se veramente crediamo in ciò che diciamo; abbiamo bisogno di pagare in prima persona per vedere se ciò che diciamo siano solo parole o realtà. Quante persone di fronte ai loro insuccessi si scusano dicendo: “Io ci credevo tanto, ci tenevo davvero, ma poi ho capito che era troppo difficile per me”. No: “Tu credevi di crederci. Ti illudevi”. Credere vuol dire aderire con tutta la mente alle proprie scelte, e soprattutto essere pronti a combattere, a mettersi in gioco, a rimetterci la faccia, per portarle fino in fondo. Altrimenti sono solo parole. Altrimenti siamo come i politici che credono nei sacrifici che tutti devono fare, loro esclusi. “Se un uomo non paga personalmente per ciò che crede, o non vale l’uomo o non valgono le sue idee”.
Gesù si meraviglia della loro incredulità: “Come fate a mettere in discussione ciò che faccio? Come fate a non percepire l’amore, l’apertura, la misericordia che trasuda da ogni mia parola, da ogni mio gesto, da ogni mio sguardo? Come fate a non vedere che vi amo? Come fate a non rendervene conto? Come fate a non capire che potreste essere diversi e vivere in maniera più umana, più intensa, divina? Come fate a non riconoscere la vostra ottusità, i vostri attaccamenti, le vostre chiusure?”. Ma non c’è stato verso!
Poi c’è la famosa frase, la celebre amara constatazione: “Nessuno è profeta nella sua patria”. Parole che trovano la loro spiegazione nelle tristi avventure dei profeti dell’intera storia d’Israele. Parole che esprimono la sua amara rassegnazione di fronte al rifiuto della sua persona opposto proprio dai suoi concittadini. E prima di andarsene, dirà ancora: “Neanche se Dio scendesse di persona, voi credereste”.
E qui c’è tutta la delusione di Gesù. È lo stesso dramma di chi vive Dio, il dramma di tutti i suoi profeti di ogni tempo: scontrarsi con persone che non sanno vedere, che non vogliono vedere la realtà, la verità.
Il verbo greco “ethàumazen” (da thaumazo) è molto più forte di un semplice “meravigliarsi”. Gesù rimane addirittura costernato, incredulo, senza parole, di fronte alla cecità, all’ottusità di chi ha davanti. È traumatizzato dalla loro cocciutaggine, dal loro irrigidimento mentale.
Einstein – e se ne intendeva di queste cose – diceva: “È più facile spezzare l’atomo che il pregiudizio dell’uomo!”.
Ancora oggi tanta gente è convinta che la fonte della loro felicità sia il mondo con i suoi lustrini, l’avere tanti soldi, una bella casa, un buon lavoro, una suocera simpatica, un amico e collega disponibile. Sembra impossibile, ma è vero: la negazione di certe realtà chiare, ovvie, semplici, getta l’uomo in balia di mille false illusioni, di continue delusioni. C’è da rimanere allibiti, senza parole: ma purtroppo non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, né peggior sordo di chi non vuol sentire. Amen.

venerdì 26 giugno 2015

28 Giugno 2015 – XIII Domenica del Tempo Ordinario

«Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva» (Mc 5,21-43).

Il vangelo inizia sottolineando che Gesù era passato di nuovo all’altra riva. Come abbiamo visto domenica scorsa, questo “passare” non indica semplicemente un cambiare luogo, ma un mutamento di vita: “Bisogna passare”. Cioè dobbiamo andare, dobbiamo crescere, dobbiamo evolvere, dobbiamo lasciare una situazione di stallo per andare verso un’altra completamente nuova, perché se non facciamo così ci ammaliamo, moriamo, cessiamo di vivere nell’animo e nel corpo.
I nostri problemi più gravi nascono infatti perché non vogliamo “passare dall’altra parte”, perché non vogliamo crescere, perché non vogliamo trasformare le nostre abitudini ormai anchilosate, perché non vogliamo abbandonare una riva, una fase della nostra vita, per dirigerci decisamente verso un’altra. Rimaniamo sempre lì: ma rimanere sempre lì, immobili, irrigiditi, per partito preso o magari per paura, è una sentenza di morte. Gli istanti della vita passano una sola volta, non si possono ripetere, né fermare: la vita è un continuo andare avanti. Con noi o senza di noi il tempo passa: fermarci significa inesorabilmente regredire.
Da giovani è difficile diventare adulti; affrancarci totalmente dall’infanzia è un passaggio impegnativo; a volte purtroppo rimaniamo acerbi, dipendenti, succubi, ostaggi del volere altrui.
Una volta adulti, non accettiamo di diventare anziani, di perdere le nostre posizioni di dominio, di constatare che altri ci superano, che altri sanno più di noi, che non abbiamo più la forza di imporci come un tempo. Diventare anziani vuol dire accettare che i ruoli ricoperti nella nostra vita, conquistati con tanta passione, passino lentamente e inesorabilmente ad altri: non è facile essere messi da parte, soprattutto se non riusciamo a capire che l’anzianità è l’età della saggezza, dell’esperienza: l’età in cui si è chiamati a diventare maestri di vita. Ma se non avviene così ci si sente solo delusi e amareggiati.
Il vangelo di oggi ci parla appunto di passaggi: di quei cambiamenti che le persone devono fare per vivere e per amare. Sì, perché per far vivere, per amare,talvolta è necessario lasciar andare, distaccarsi, anche da chi ci è caro, altrimenti rischiamo di soffocarlo, di ucciderlo.
Si presenta dunque da Gesù un uomo, Giairo: è il capo della sinagoga. Osserviamo bene le singole parole del vangelo: “Si recò da Gesù uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo”. Non dice: “Giairo, un capo della sinagoga, andò da Gesù”. C’è una differenza fondamentale: il testo cioè per prima cosa evidenzia il ruolo, la carica dell’uomo, e poi ne specifica il nome. Che significa? Che per certe persone il ruolo, la carica, la professione che uno svolge, è più importante della propria individualità, della propria persona. In altre parole è l’attività che determina l’importanza della persona, non la persona. E questo è un male.
Il grande pericolo che corriamo infatti quando abbiamo un “ruolo importante”, è quello di identificarci nel nostro ruolo. Allora non siamo più Tizio o Caio, ma siamo sempre e solo “il” capo, il professore, il politico: sempre e con tutti. Non avremo più la nostra umanità, i nostri limiti, i nostri desideri, ma continueremo ad essere il capo che comanda, il professore che insegna, il politico che legifera: diventeremo cioè prigionieri del ruolo, di questo vestito che ci siamo cuciti addosso. E sarà pertanto lui, il ruolo, che dopo aver progressivamente fagocitato il nostro essere persona, deciderà il nostro agire, il nostro pensare, il nostro pianificare la vita.
Nel caso del Vangelo, la figlia di Giairo, nel suo intimo, è una vittima appunto di questo “dio-ruolo”: non del suo, ovviamente, ma di quello del padre; nella sua normale crescita di figlia le manca cioè la figura paterna. Giairo praticamente è molto più “preso” dal suo ruolo di capo della sinagoga, che dai problemi di sua figlia. Non la vede, non la riconosce, non si accorge neppure che lei crescendo, giorno dopo giorno, si ripiega su se stessa, sfiorisce, si lascia morire: troppo proiettato sulle problematiche di una carriera lontana da lei, non scorge il suo bisogno disperato di avere un padre che la valorizzi, che le riconosca la sua giusta importanza, e soprattutto che l’ami come la cosa più preziosa.
Gesù, per guarire la figlia, deve pertanto “guarire” prima di tutto il padre, deve riportarlo nella sua dimensione di padre, deve ricollocarlo nella realtà temporale del suo essere padre: lui si è perduto nel passato e insiste a proiettare nel presente una visione della figlia riduttiva, anacronistica, impropria; continua cioè a vederla,a considerarla, a chiamarla ancora la sua “figlioletta”. Ma questa “bimba”, come la vede Giairo, ha dodici anni; una ragazza di quell’età, nella Palestina di duemila anni fa, è già una donna adulta, nel fiore della sua maturità; è per lei assurdo, gravemente riduttivo, sentirsi considerata dal padre una creatura infantile, una bimba, ancora insignificante come donna. Da qui la loro lacerante conflittualità: lei, donna matura, vuole essere considerata da suo padre come tale; ma lui non intende accettarla per quello che è; si rifiuta di vederla cresciuta, quasi terrorizzato dall’idea di doverla perdere da un momento all’altro. È un uomo troppo preso dal suo ruolo sociale, è un padre immaturo, gravemente “infermo”, che si ostina a voler ignorare l’ormai inevitabile ruolo della figlia, e non si accorge che questa sua miopia ha scatenato in lei un progressivo stato di ansia, di profonda insicurezza, di annullamento di ogni slancio vitale. Soprattutto non capisce che l’unica medicina che può salvare sua figlia è già a sua disposizione, senza dover ricorrere a terzi: farle finalmente sentire tutto il suo amore di padre: “Tu sei mia figlia, mi vai bene, mi piaci così come sei; apriti alla vita, fiorisci, io ti amo e continuerò sempre ad amarti, perché tu sei mia figlia!”.
A questo punto cosa fa Gesù per guarire il padre, l’unico vero responsabile dei problemi della figlia? Gli dice solo: “Non temere, ma solamente abbi fede”. Cosa significa?
Gesù sente la paura del padre, sente il suo terrore davanti all’eventualità di perdere la figlia: Egli sa che l’unico responsabile della malattia della figlia è proprio lui, il padre, che non vuole vederla crescere, non vuole lasciarla andare, non vuole accettarla come donna. E allora gli dice: “Devi aver fede, devi aver fiducia in lei; smettila di aver paura, di avere tutto questo terrore; devi capire che è proprio questa tua mancanza di fiducia in lei, questa assenza del tuo amore che la uccide; è questa tua paura di perderla che le impedisce di vivere. Se non ti liberi di queste ossessioni, tua figlia non potrà guarire e vivere”. “Abbi fede” vuol dire anche: “Sta’ tranquillo, ciò che domani succederà a tua figlia, sarà una cosa buona per lei e per te. So che hai paura, ma fidati: è importante che avvenga. Certo ci sarà anche un po’ da soffrire, ma da questa sofferenza nascerà la vita”.
Poi finalmente Gesù si rivolge anche alla figlia chiamandola: “Talità, ragazza, fanciulla”; per lui non è la bambina, la “figlioletta” del padre: per lui è ormai una donna. Sembra dirle: “Sei grande, matura, indipendente; ricordati che non appartieni a nessuno; non sei proprietà di tuo padre, appartieni solo a te stessa; non vivere quindi da dipendente, da schiava. Sei la regina, sei la padrona indiscussa della tua vita, vivi da regina!”.
E la esorta dicendo: “Èghèire, svegliati”; e la fanciulla immediatamente “anèste”, si alzò. L’evangelista usa qui gli stessi verbi tipici della risurrezione di Gesù. Ciò sta a significare che risurrezione non è solo passare dalla morte alla vita; ma è risurrezione anche ogni qualvolta noi “passiamo” da uno stile di vita ad un altro più armonico, più vitale, più appassionato, più libero, più vero. In pratica per noi è risurrezione ogni volta che guariamo, che diventiamo più consapevoli, che liberiamo gli altri dalle nostre proiezioni di morte. Risurrezione, fede, religione, significa allora far sprigionare dalla nostra vita, la Vita per eccellenza, il Dio che “dorme” in noi.
Allora, “ègheire!”, “svegliamoci!”: alziamoci, apriamo gli occhi; non ci accorgiamo che viviamo solo per compiacere gli altri? Che cerchiamo l’approvazione di tutti? Che mendichiamo agàpe, amore, da chi può darci solo eros? Non ci rendiamo conto che in noi si è perso “l’uomo” e viviamo solo del nostro “ruolo”? Non vediamo che ce la stiamo raccontando, che ci inganniamo da soli? Che confondiamo l’amore con il possesso? Non ci accorgiamo che siamo sempre di corsa, perché se ci fermiamo anche solo un istante, capiamo di non aver realizzato nulla? “Ègheire” è il nostro sonno che finisce, sono le nostre illusioni che cadono, per cui finalmente riusciamo a vedere la realtà: dura e terribile all’inizio, in quanto abituati a vedere ciò che non esisteva, ma poi vitale.
Anèste, è mettersi in piedi. Gesù, quando la alza, la prende per mano e le dice: “Riprendi contatto con la tua forza; fai la tua strada; tu hai tutte le risorse e le forze per vivere; libera l’amore e la luce che dorme assopita in te; diventa ciò che sei”. Gesù insomma le fa prendere coscienza della sua forza: “Tu sei forte; tu puoi stare sulle tue gambe; vivi, perché lo puoi!”.
Non possiamo aver voglia di vivere se viviamo la vita di altri. La voglia di vivere possiamo averla soltanto quando viviamo la nostra vita, il nostro cammino, la nostra vocazione: e ne abbiamo tanta voglia perché sono nostre. Altrimenti ci adattiamo, “tiriamo avanti”, ma non possiamo sentire né gustare la bellezza della vita.
Se guardiamo bene questo vangelo, possiamo cogliere, fin dalle prime parole, una grande verità: in una vita a due, in un rapporto, in un’amicizia, in una relazione, in un matrimonio, per appianare completamente gli inevitabili problemi, le difficoltà, le crisi, è necessario che entrambi i componenti guariscano, che entrambi “passino all’altra riva”. Amen.